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Inviato: Mar 25 Mar 2008 - 23:35 Oggetto: CIAO GINO....(Saluto all'<Italiano del Granma>)
..accidenti Gino...
Mi hai proprio preso in contropiede...
Hai deciso di lasciarci approfittando delle Festività Pasquali...
e nel frattempo io ha avuto un completo Black-out ... isolato telefonicamente e da Internet....
Proprio oggi che è arrivata la notizia della tua scomparsa......
Cercherò di rimediare dedicandoti un Topic speciale, che ci possa aiutare a conoscerti meglio...
( si, che possa aiutare anche me, dato che non ho avuto mai il piacere di conoscerti di persona )
Mi scuserai se la cosa risulterà un pò improvvisata, ma sai... io sono così, "alla buona", come diciamo noi in Toscana... e credo che le cose fatte d'impulso siano sempre le più sincere...
Ciao Gino.... riposa in pace....
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L'ultima modifica di calleprimera il Mer 26 Mar 2008 - 0:38 , modificato 1 volta
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Inviato: Mer 26 Mar 2008 - 0:37 Oggetto:
Gino Donè Paro:
L’Italiano dello sbarco del Granma
Piccola Biografia di Gino Donè Paro
Gino Donè Paro nasce il 18 Maggio del 1924 a Monastier di Treviso.
Dopo aver frequentato le scuole professionali, parte per il servizio militare durante la II° guerra Mondiale.
Successivamente partecipa come partigiano con la missione Nelson e con il comandante Guido, un ingegnere milanese italo-americano operante nell’area della laguna Veneziana.
Alla fine della guerra, ricevette un encomio dal Generale Alexander e poi emigrò a Cuba passando dal Canada
Nel 1951, lavora a La Habana come carpentiere, per la costruzione della “Plaza Civica”, conosciuta oggi come “Plaza de la Revolución”.
Nel 1952 conosce e s’innamora di Norma Turrino Guerra, giovane Cubana rivoluzionaria, che vive a Trinidad.
La ragazza, tra l’altro è amica di Aleida March, residente a Santa Clara, che successivamente diventerà la seconda moglie di Ernesto “Che” Guevara.
Gino e Norma si sposano ed entrano a far parte del “Movimiento 26 de Julio” (M26-7) , gruppo di ribelli comandati da Fidel Castro Ruz, con l’obiettivo di rovesciare la dittatura di Fulgencio Batista.
Gino viene incaricato di accompagnare clandestinamente in Messico due gruppi di giovani Cubani.
Proprio in Messico Gino conosce Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara
I ribelli dell’M26-7 si stanno preparando in Messico per organizzare una spedizione verso Cuba e dare inizio alla guerriglia contro la dittatura.
Gino Donè, approfittando della sua esperienza come partigiano durante la seconda guerra mondiale, collabora per addestrare i gruppi dei Cubani al combattimento.
Arriva così la fatidica notte tra il 25 e il 26 Novembre 1956, quando l’imbarcazione “Granma” con a bordo 82 uomini, parte lentamente e a luci spente, dalle acque del porto di Tuxpan.
L'imbarcazione Granma (foto tratte da Cubaycuba.net e dal sito del Governo Cubano Cubagov.cu)
Gino Donè è a bordo dell’imbarcazione, con il grado di Tenente del terzo plotone comandato dal capitano Raúl Castro, fratello di Fidel.....
Fidel Castro e Gino Donè _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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L'ultima modifica di calleprimera il Gio 27 Mar 2008 - 19:16 , modificato 2 volte
Nel caos generale causato dalla pioggia di pallottole dell’esercito, Ernesto Che Guevara, ferito, viene portato via da alcuni compagni, mentre Gino cerca un riparo verso la montagna. Da quel momento i due combattenti non si rivedranno più….
Scampato il pericolo a fine 1956, Gino Donè, torna clandestinamente a Santa Clara, dove compie delle azioni di sabotaggio, al fianco di Aleida March, contro alcune postazioni militari.
Una foto di Gino Donè tratta da Il Piave
Nel Gennaio del 1957 riceve l’ordine di partire verso l’estero in clandestinità e parte dalla città di Trinidad in direzione New York… _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 19:34 Oggetto:
Nel 1959 i guerriglieri di Fidel Castro vincono la guerra.
Gino vorrebbe tornare a Cuba per trovare i vecchi compagni di avventura, ma il nuovo console Cubano a New York lo guarda sospettoso e non gli concede il visto….
Nella storia di Gino c’è come una specie di “buco” di quarant’anni.
Si sa che ha trascorso questi decenni negli Stati Uniti.
Nelle sue stesse parole in un intervista realizzata nel 2005 da Max Mauro per “Diario” dichiara: “La vita mi ha portato lontano da Cuba ma l’isola l’ho sempre tenuta nel cuore. Ho viaggiato a lungo, ho fatto il marinaio, sono stato in molti paesi e non li ricordo tutti, in Australia, in Indocina, in Grecia, Venezuela, mi sono fermato negli Stati Uniti. Ho fatto vari lavori, tassista, pittore, cameriere. E poi la causa rivoluzionaria si può aiutare anche da fuori, ci sono molti modi per rimanere vicini all’ideale”.
Una foto di Gino Donè tratta da OggiTreviso _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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L'ultima modifica di calleprimera il Gio 27 Mar 2008 - 19:52 , modificato 1 volta
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 19:42 Oggetto:
Jesús Montané Oropésa, Comandante Cubano che ha partecipato all’assalto del Moncada e allo sbarco del Granma,
accenna a Gino Donè, in una intervista realizzata dal giornalista Italiano Gianfranco Ginestri nel 1995:
"Gino era il più adulto, il più serio, e il più disciplinato… Dopo la vittoria Gino non ha mai cercato privilegi... Ha preferito diventare (anzi, rimanere) un giramondo…
Ogni tanto ci telefoniamo e ci vediamo a Cuba".
Gino Donè riceve una targa commemorativa a Cuba
Foto tratta dal sito: http://www.siporcuba.it _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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L'ultima modifica di calleprimera il Gio 27 Mar 2008 - 19:51 , modificato 1 volta
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 19:48 Oggetto:
Gino è tornato a vivere in Italia intorno al 2003,
e proprio all’inizio degli anni 2000,
la sua storia è diventata più conosciuta anche agli Italiani.
da sinistra: Gino Donè, Sergio Nessi, Sergio Marinoni, Sergio Corrieri
Foto dal sito: http://www.lombardiacuba.it
Sempre nell’articolo realizzato da Max Mauro per “Diario” c’è una piccola considerazione del giornalista che fa riflettere:
“…Ufficialmente non ha fatto ritorno a Cuba per alcuni decenni, ma anche su questo argomento preferisce sorvolare.
Mantiene intatti tutti gli enigmi che forse solo le sue memorie,
se deciderà un giorno di scriverle, potranno sciogliere…” _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 19:57 Oggetto:
Una recente foto di Gino Donè alla Casa dell’Amicizia de L’Avana
Foto dal sito: http://www.granma.cu
Nella notte tra il 22 e il 23 di Aprile 2008, la notte di Pasqua, Gino Donè chiude gli occhi definitivamente.
Nelle parole di Giuliana Grando, dell’associazione Italia – Cuba di Venezia, l’ultima descrizione: “…si è spento dolcemente nel sonno e la sua ultima conversazione è stata su Fidel…”
…Così Gino, combattente per ideali di libertà, in Italia e a Cuba, in silenzio, porta via con se tutti i suoi ricordi e tutti i suoi segreti…
Questa biografia è tratta dalle note storiche riportate da:
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 20:09 Oggetto:
Articoli dedicati a Gino Donè Paro
Dal sito http://www.venceremos.it/cuba/gino.htm
«E Fidel Castro mi disse: vai a salvare il Che» Il racconto di Gino Donè, l’«eroe» italiano della Rivoluzione cubana: dal Veneto alla spedizione del «Granma»
nel sito web ESTERI del Corriere della Sera del 19/08/2001
FORT LAUDERDALE (Florida) -Raccoglie nella sabbia il dente di un pescecane. Sotto il cappello da cowboy, lo sguardo azzurro di un vecchio signore. Alza gli occhi verso le nuvole che minacciano la pioggia tiepida dell’estate tropicale. Un incontro come tanti nella Florida dei pensionati.
Passi pigri lungo il mare, eppure questa faccia hemingwayana ha un’aria diversa dagli altri signori. A suo modo è la faccia di un fantasma. Si chiama Gino Donè. Il suo nome appare nelle lapidi eppure nessuno ha mai spiegato dove fosse sparito e perché.
Nessuna traccia per 45 anni.
Quarantacinque anni fa, 5 dicembre ’56, ai piedi della Sierra Maestra di Cuba, in un posto dal nome sbagliato - Alegría de Pío - lo sfaccendato che adesso raccoglie i denti di squalo ha visto per l’ultima volta un amico col quale aveva attraversato notti di chiacchiere a Città del Messico: Ernesto Guevara.
Guevara stava curando i piedi martoriati di chi aveva marciato nella melma e sulle pietraie. Gli aveva sorriso come per dire: «Fin qui ce l’abbiamo fatta».
Il vecchio signore aveva allora 32 anni.
Disse al Che: «I miei uomini non riescono più a camminare. Chiodi degli scarponi che graffiano i piedi. Puoi fare qualcosa?». «Finisco qui e li mando a chiamare», risponde Guevara con fasce e alcool in mano. Il signore torna al posto di combattimento, cento metri in là.
Guida il plotone di retroguardia col grado di tenente della rivoluzione agli ordini di Raul Castro.
Deve coprire le spalle agli 82 uomini sbarcati dal Granma.
Esercito e aerei del dittatore Batista li stanno seguendo.
Appena siede nell’ombra pallida della canna da zucchero «arrivano centinaia di militari e un diluvio di pallottole. Cerchiamo di nasconderci fra le canne, ma piccoli aerei volano basso. Guidano la caccia a chi ci insegue. Mitragliano». Quelle parole veloci e senza emozione saranno le ultime parole che si scambieranno Gino Donè e Che Guevara. Ferito al collo, il Che viene trascinato da un’altra parte. Non si vedranno più.
«Ernesto», sospira oggi Donè. «Io lo chiamo ancora così. Che , non mi piace». Per mesi il tenente della retroguardia cercherà di raggiungerlo nelle montagne dell’Escambray. Arresti e imboscate lo costringono a scappare. Ritrova la clandestinità su una nave diretta a New York. «Ho visto molto più di quanto possa raccontare. Mi resta poco tempo».
Per quasi mezzo secolo di Gino Donè è rimasto solo un nome nei libri che ricordano l’impresa del Granma, piccola barca con la quale Castro e gli altri sono sbarcati per cominciare la rivoluzione. La faccia pulita del giovanotto spunta nell’albo degli «Eroi» accanto al profilo irsuto di un Fidel, occhi ancora da studente, e di un Guevara grassoccio, diverso dalla figura romantica che ormai sventola a ogni corteo.
Di Donè non si sapeva altro.
Un nome e un volto che il tempo doveva aver cambiato. Nessuno immaginava come. «Desaparecido», scrive il libretto trovato su una bancarella nelle strade attorno alla cattedrale dell’Avana.
Ma perché è andato via? Ho incontrato Donè con tante domande. «Tutto è cominciato a Cuba. Molto, molto tempo prima che il Granma prendesse il mare».
Gino Donè ha 77 anni. Viene da Passarella, San Donà di Piave. Dal 1960 abita negli Stati Uniti: cittadino americano. Negli archivi dell’Avana il suo nome figura fra i protagonisti dell’impresa del Granma. A bordo c’erano 79 rivoluzionari cubani più tre stranieri scelti da Castro perché «speciali». Il medico giramondo Ernesto Guevara, argentino: aveva conquistato Fidel nelle notti dell’esilio di Città del Messico. Stava cercando un ideale al quale affidare la vita. Il secondo straniero è un dominicano, Ramon Mejias, detto Pichirillo . Il terzo è lui, Gino Donè, arrivato a Cuba da clandestino, fuggendo da un dopoguerra italiano senza lavoro per un milione di reduci. Veniva dalla Resistenza attorno al Piave.Scivolava fra i tedeschi appostati sugli argini che abbracciavano le paludi attorno alle spiagge di Caorle e Jesolo, trascinando piloti inglesi e australiani nascosti da contadini senza paura.
Arriva all’Avana nel ’52. Fa tanti mestieri: decoratore, ferraiolo che prepara i calcestruzzi del monumento di Martì al centro di quella che oggi si chiama piazza della Rivoluzione. Manovra i bulldozer che piantano i ponti della nuova strada per Trinidad. E alla sera questo italiano biondo passeggia nei giardini della città coloniale. Conosce una bella ragazza, Norma Turigno: si sposano. Entra nella famiglia di un ricco commerciante di tabacco.
Aleida Guevara, vedova del Che , tre mesi fa continuava a chiedermi: «Chissà come ha fatto Gino a entrare in contatto con Fidel».
La risposta viene dai viaggiatori che vanno e vengono dalla casa di Trinidad.
Appartengono al partito Ortodosso, di matrice liberale, che appoggia la resistenza segreta degli esuli confinati a Città del Messico attorno ai fratelli Castro, graziati da Batista dopo quasi due anni di prigione per via di quell’attacco fallito alla caserma Moncada. Da fuori preparano la rivincita mentre a Cuba una rete segreta irrobustisce l’impresa. Servono soldi.
Bisogna portarli in Messico con mani sicure. Ed ecco che, nella casa della moglie, il medico Faustino Perez chiede a Gino di andare da Castro. «Peccato essere una donna», è l’invidia di Norma, «andrei subito a combattere con lui». Perez le dà un bacio.
Anche il medico si prepara a navigare sul Granma e a diventare ministro di Fidel.
Stanno per cominciare «anni di gloria». Solo Donè sceglierà l’ombra.
Gino era finito in una famiglia che odiava la dittatura. Chiusa la sua guerra italiana, ricomincia nei Caraibi. Fa la spola tra l’Avana e Città del Messico. Due viaggi con passaporto italiano e nessun sospetto. Gli imbottiscono la giacca di dollari. Li consegna a Castro mentre Juanita, sorella del leader di una rivoluzione in quel momento virtuale, prepara il caffè. Oggi Juanita vive a Miami e non perde occasione per insultare il fratello.
Perez informa Castro sulla storia di Gino. Fidel gli fa domande. Ascolta le lunghe risposte in un silenzio insolito per il suo carattere. Donè lo osserva. Più imponente di come immaginava. Vestito «da sembrare un avvocato in tribunale. Trasmetteva sicurezza». Castro ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è.
L’ha invitata a cena? «Purtroppo no: una sfortuna. Ernesto raccontava che Fidel era un cuoco fantastico. Faceva spaghetti con pesce e frutti di mare».
Cucinava anche il Che... «Può darsi, ma erano giorni di malinconia. Amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente. Continuava a chiedermi della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e mi interrompeva con la domanda che l’ossessionava: "Pensi che riusciremo a mandar via Batista?". Impossibile, rispondevo. Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono. Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta.
Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose».
Le piaceva il Che ? «Avevamo le stesse idee. Non importa se lui era ateo e marxista mentre io ero cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la mia fede era debole.
Ci legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Qualche volta, arrivai a prenderlo per la camicia. Eravamo andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda , come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contiamo i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarci. Ernesto, il Pichi dominicano e io entriamo in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Ne eravamo innamorati. Ernesto resta dietro. E poi arriva assieme a una vecchia e due bambini. Compra da mangiare al banco. La donna se ne va con scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: "Stasera non ho appetito", annuncia con allegria. Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti. Mi è andato il sangue alla testa: la città è piena di straccioni, gli dico. Non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi. Pichi fa da paciere: "Dividiamo quello che c’è". Ernesto confessa con un’innocenza che disarma: "Quando vedo la fame negli occhi degli altri, la vedo, capisci, devo subito fare qualcosa.
Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli"».
Portano Donè a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: colonnello Alberto Bayo, madre cubana, padre spagnolo. «Aveva perso un occhio contro Franco e pensare - raccontava - che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca. Bravissimo nelle teorie, non proprio aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale ci aveva insegnato. Erano questi i miei pensieri mentre ascoltavo le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa, una montagnola non lontano dalla città. Andavamo là a sparare. Fucili col binocolo. Bayo dava il voto contando i fori». Castro sparava? «Era bravo. Ma non gli piacevano i bersagli immobili. Preferiva tirare ai tacchini». Poi Donè viene rimandato a Cuba. Riappare in Messico col pacco dei dollari più pesante. Settembre ’56: Fidel sta comprando il Granma, dall’Avana arrivano i fondi. Servono per un’infinità di cose: le scarpe, per esempio: «Se Ernesto mi ripeteva di voler visitare Bologna per la scuola di medicina, Castro apprezzava dell’Italia il buon gusto e la precisione degli artigiani. Ha voluto che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano. Su misura. Ho scambiato qualche parole con l’uomo che si chinava sul mio piede: minuto, silenzioso e infastidito dalla mia curiosità. Non alzava gli occhi. Ma le scarpe erano buone. Solo i tacchi, con quei chiodi, ci hanno dato un sacco di guai».
Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri: è abituato a navigare. La fame resta la stessa. Dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette. Restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. Quando appoggia i piedi sul fondo della laguna dove il Granma si è impantanato - le 4 e mezzo del mattino, domenica 2 dicembre 1956 - Donè non è scontento. Ha imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe. Spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terra ferma, arriva l’ordine del riposo: «Eravamo sfiniti. Confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non ci aspettava nessuno. L’appuntamento era quattro giorni prima, un chilometro e mezzo più in là».
Ordine di fare l’appello col passaparola. Mancano in tanti. «Manca Ernesto, soprattutto».
Fidel dice a Donè: «Va’ a cercarlo, ma non perdere tempo. Fa’ in modo di tornare presto».
Gino ne respira la tristezza. Castro non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante.
Eppure deve andare avanti.
L’inseguimento dei militari è cominciato.
Il racconto di Gino spiega in modo diverso la storia ufficiale di Cuba. «Prendo uno dei miei, forse si chiamava Luis. Torniamo verso la laguna. Non so dove trovavamo le forze: fame stanchezza, quei giorni all’aria aperta sul Granma, stretti come sardine, pioggia e mare grosso. Camminavamo in silenzio. Due chilometri, forse tre dalla parte di chi ci inseguiva. Ecco Guevara. Veniva avanti trascinando le gambe. Testa bassa. Fucile e lanciagranate sulle spalle. Appena ci vede cambia colore. Ancora più pallido, ma era sempre pallido. Si rianima. Un abbraccio, forte. Lo confesso: dalla felicità l’avrei baciato, ma eravamo dentro una guerra e gli abbandoni non sono ammessi. Coraggio, ci aspettano, dico. Stiamo pensando di accamparci. Puoi riposare. "No - risponde - mi arrangio da solo. Andate". Cerco di levargli il fucile. Si arrabbia: "Il fucile lo tengo". A fatica gli sfilo il lanciagranate e lo passo a Luis. Poi Ernesto ha un altro attacco d’asma. Lo prego di mettersi in ginocchio. Nora, mia moglie, soffriva d’asma: mi avevano insegnato come darle conforto. Massaggiarle spalle e collo, dall’alto in basso, lentamente. Ernesto sospira: "grazie, puoi smettere", ma non si ribella se continuo. Non so quanto tempo è passato: forse mezz’ora. "Adesso andiamo".
Gli metto un braccio attorno alle spalle.
Risaliamo verso l’accampamento. Mi fermo nel plotone di retroguardia.
Accompagna Ernesto da Fidel, ordino a Luis».
Nelle rievocazioni cubane, più o meno la stessa avventura (meno precisa, meno trepidante) viene testimoniata da Luis Crespo, forse l’uomo che il tenente Donè ha portato alla ricerca del Che . Facile spiegare lo scambio di paternità del salvataggio. Crespo continua a marciare fino all’Avana, mentre Gino sparisce e diventa un fantasma. Per anni nessuno è riuscito a capire se fosse vivo o sepolto chissà dove. Quando l’imboscata a Alegría de Pío disperde nella canna da zucchero il piccolo esercito di Fidel, Donè guida gli uomini verso la montagna.
Al suo plotone si uniscono altri sette miliziani comandati dal «capitano» Josè Smith Comas. «Un ragazzo.
Studiava all’Avana, mi pare venisse da un’università negli Stati Uniti.
Fidel gli aveva affidato la bandiera del Movimento. Simpatico, deciso, ma spaventato dall’imboscata. "Andiamo sul mare, è più facile scappare": lo ripeteva come un’ossessione. Dopo due giorni ci siamo divisi. Con i miei ho continuato dalla parte delle colline, lui ha piegato verso la spiaggia. Prima di lasciarci mi ha affidato la bandiera: "Se mi succede qualcosa portala a Fidel". Non la volevo; ha insistito. Chi ci dava la caccia aspettava sulla costa. Li hanno presi e fucilati. Non subito, dopo una lunga tortura».
Ha portato la bandiera a Castro? «Non l’ho più visto. L’ho affidata a contadini che ci hanno nascosti. Erano dei nostri. Più tardi ho saputo: la bandiera era tornata nelle mani di Fidel».
Gino raggiunge Santa Clara, nel centro dell’isola. Nella casa di un dentista incontra « una bella ragazza». Deve addestrarla e poi guidarla nel battesimo di fuoco. Passeggiano abbracciati come fidanzati davanti al palazzo della prefettura. Aleida nasconde la bomba a mano nella borsetta. La passa a Donè, ma Donè rinuncia. Le spiegazioni di Aleida e del vecchio italiano sono molto diverse. «C’era troppa luce», racconta oggi Aleida. «Aveva l’aria di una trappola», scuote la testa Donè. Gli sbirri tenevano d’occhio la maestrina. Si chiama Aleida March, più tardi sale sull’Escambray. Incontra il Che . Ne diventa la seconda moglie. Intanto Gino, inseguito dagli ordini di cattura della polizia di Batista, ricomincia a scappare. Fa il marinaio su tante navi finchè si ferma a New York: 1958. Segue le conquiste di Fidel e del Che ascoltando la radio. Quando entrano all’Avana vorrebbe tornare. Ma il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza. Non gli concede il visto. Perchè non le ha spiegato di aver navigato sul Granma con Fidel? «Come potevo fidarmi? E poi sembrava una vanteria».
Maurizio Chierici
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GINO DONE': HO COMBATTUTO CON FIDEL CASTRO E CHE GUEVARA
San Donà di Piave (VE) -Sono in pochi, forse solo gli appassionati, a sapere che un nostro conterraneo prese parte alla Revoluciòn cubana, combattendo a fianco di Ernesto Che Guevara. Nei giorni scorsi quest’uomo, Gino Donè, all’età di 82 anni, si trovava a Cuba a festeggiare con i fratelli Fidel e Raul Castro l’anniversario della Rivoluzione. Un anniversario importante: sono trascorsi ben cinquant’anni dallo sbarco della nota motonave Granma ad Alegrìa del Pio-Cuba. Sbarco che gettò le premesse che avrebbero portato i guerriglieri a deporre dal potere il dispotico dittatore Batista. E Gino Donè ha voluto unirsi a chi combattè al suo fianco per ricordare e festeggiare la vittoria.
Chi lo conosce lo dipinge come una persona discreta, davvero modesta, che non ama parlare di sé né tanto meno esaltare le proprie imprese. Eppure quando qualcuno gli chiede di raccontare qualche episodio riguardo alle sue giornate cubane, non si tira indietro e parla soprattutto in qualità di persona che ha avuto modo di conoscere quello che per molti è diventato emblema della forze del popolo, a Cuba come nel mondo: Ernesto Che Guevara, che, rimasto indietro a causa di una delle crisi d’asma di cui soffriva, fu soccorso ed aiutato proprio da Donè.
Entrambi erano fra gli stranieri che presero parte all’eroica impresa, l’uno italiano, l’altro argentino. Gino Donè fu scelto per il suo passato da partigiano. Nella Seconda Guerra Mondiale infatti, catturato dai Tedeschi e mandato a combattere in prima linea, riuscì a fuggire e ad organizzare nell’ombra la Resistenza partigiana. Emigrò nell’America centrale, a Cuba, in cerca di fortuna, dove conobbe la prima moglie, una giovane rivoluzionaria, che lo mise in contatto con Fidel Castro. Le sue esperienze in guerra e soprattutto nella Resistenza lo rendevano perfetto per la missione: aveva sofferto fame e freddo, come qualsiasi altro soldato, ma per di più aveva segretamente combattuto fra argini e paludi del Basso Piave, in un ambiente simile alle paludose coste cubane. Dopo il buon esito della Rivoluzione, Gino Donè fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, per poi tornare in Italia, dove riconosce che si trovino le sue radici.
Ciò che stupisce è la scarsa considerazione in cui è tenuto nei luoghi che gli hanno dato i natali e che tuttora lo ospitano. A Cuba è ritenuto un eroe, come dimostrato dal fatto che sia stato lì invitato dallo stesso ambasciatore cubano.
Indipendentemente dalle proprie idee politiche, nessuno può negare l’importanza della missione cui ha preso parte Ginò Donè, riconosciuta in tutto il mondo come simbolo di tutti i tentativi di ricerca della libertà. Indipendentemente dalla proprie idee politiche, chiunque riconosce come gli ottantadue patrioti del Granma fossero mossi da un indiscutibile senso di ribellione all’ingiustizia. Abbiamo la straordinaria possibilità di avere un pezzo di storia -geograficamente lontana, ma vicina a noi per gli ideali promossi- vivente in mezzo a noi. Non sprechiamo la possibilità di conoscere dalla bocca di quest’uomo il racconto di questi giorni di storia che hanno contribuito a costruire il mondo che conosciamo. Cerchiamo di abbandonare la consuetudine di considerare nemico tutto ciò che potrebbe non far parte della nostra fazione politica, riconoscendo come il fine che ciascun membro della società civile, indipendentemente dal colore e dal simbolo in cui crede, sia sempre il medesimo: promuovere la giustizia e la libertà delle genti.
Carlotta Orlando
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Dalla campagna veneta ai Caraibi e poi per anni negli Stati Uniti. Ottant’anni, qualche mistero e “voglia di fare ancora cose”. La storia di Gino Doné, il partigiano del Granma.
Di Max Mauro
“Se sei venuto per un’intervista ti sentirai defraudato”. Come esordio non è male, visto che è proprio per l’intervista che sono venuto a cercare Gino Doné, o meglio Gino Doné Paro, come è registrato nell’archivio storico delle Far, le Forze armate rivoluzionarie di Cuba, il nome di questo ottantenne originario della provincia di Venezia. E’ l’unico europeo ad aver preso parte agli eventi che precedettero la presa del potere da parte di Fidel Castro e dei suoi guerriglieri, nel gennaio del 1959. Gli altri stranieri erano un messicano, un domenicano e un argentino, Ernesto Guevara, detto il “Che”.
Parte della sua storia è nota da pochi anni, grazie all’interesse di alcuni giornalisti che sono riusciti a scavalcare l’anonimato che Gino si era costruito dopo quegli eventi. “Gino era il più adulto, il più serio, e il più disciplinato. Dopo la vittoria non ha mai cercato privilegi. Ha preferito diventare (anzi, rimanere) un giramondo”. Così ha raccontato il comandante rivoluzionario Jesus Montane Oropesa nel 1995 al giornalista bolognese Gianfranco Ginestri, che per primo si è mosso sulle tracce del combattente italiano. Gino Doné (Paro è il cognome della madre, ma a Cuba come in Spagna si usano entrambi i cognomi) era arrivato a Cuba alla fine degli anni quaranta, emigrante alla ricerca di un lavoro, dopo un periodo passato in Canada. Durante la seconda guerra mondiale aveva militato nella Resistenza nel territorio del Basso Piave, collaborando con gli Alleati anglo-americani ad alcune delicate operazioni. Quell’esperienza gli tornò inaspettatamente utile a Cuba, dove si innamorò di Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria amica di Aleida March, futura seconda moglie di Ernesto Che Guevara. Nel 1953 Gino e Norma si sposarono e fu allora che Fidel chiese all’italiano di raggiungerlo in Messico, dove stava cercando di addestrare i militanti del Movimento 26 luglio. Alla fine del 1956 Gino salì assieme ad altri 81 combattenti sul Granma, uno yacht che Fidel aveva acquistato da un ricco statunitense per trasformarlo in “battello da guerra” e portare nell’isola il nucleo centrale di coloro che volevano abbattere la dittatura di Fulgencio Batista. Oggi il Granma è conservato a L’Avana nel cortile del Museo della rivoluzione e rappresenta uno dei cimeli più importanti della rivoluzione cubana. Gli 82 componenti dell’equipaggio guidato da Raul Castro, in uno scafo costruito per trasportare al massimo venti persone, sono diventati degli eroi nazionali. Chi non è morto in battaglia è poi diventato ministro, ambasciatore o dirigente di qualche ente. Tutti tranne uno, Gino Doné, che sul Granma aveva il titolo di tenente.
Gino ha l’aria distinta e curata dell’emigrante d’America in visita ai parenti. Ha un ciuffo sbarazzino di capelli candidi come la barba, che tiene corta e ben sagomata. Porta l’orologio sopra il polsino, beve un bicchiere di Whiskey riempito come fosse vino passito e fuma: accende una sigaretta dopo l’altra, ora che la sorella è uscita dalla stanza e non lo può vedere rovinarsi la salute con questo antico vizio. Le sigarette sono marca Popular, arrivano da Cuba, un omaggio degli ospiti venuti a saperne di più della sua storia. In cortile è parcheggiata la sua auto, targata Palm Beach, Florida.
Da circa un anno ha fatto ritorno in Italia dagli Stati Uniti, dove ha trascorso gli ultimi decenni della sua vita, e abita assieme alla famiglia di una delle sorelle in un paese della pianura veneta. Ha acquisito la cittadinanza statunitense e sta sperimentando tutte le difficoltà burocratiche a cui va incontro l’emigrante al rientro. Preferirebbe parlare di questo piuttosto che del suo remoto passato. Di quello, fa capire, parlano i libri di storia. E’ comunque gentile, cordiale, ma non vuole pubblicità, non ci tiene a diventare un personaggio da copertina o da show televisivo. “Non chiedermi cose di cui non voglio parlare. Si è già detto abbastanza sul passato, non è importante riscriverlo. Sono qua da mesi ma non riesco ad avere il medico per delle visite. E la macchina? Vorrei venderla ma non sembra facile, con tutte le carte devo fare. Qua la vita è più costosa di quello che immaginavo”.
Gino è un abile parlatore, anche se il suo italiano è inframmezzato spesso da espressioni anglosassoni e spagnole. “Qua leggo l’Osservatore romano, è scritto meglio degli altri giornali, più corretto e chiaro, e mi aiuta a riprendere l’italiano che avevo perso”. Sul divano c’è una cartellina marrone con dentro le cose che lo riguardano: lettere di circoli dell’Anpi che lo invitano a una conferenza, scuole che lo vogliono per una cerimonia (rare di questi tempi) dedicata alla Resistenza, omaggi calorosi di qualche iscritto dell’Associazione Italia-Cuba. Gino non si risparmia. E’ uno dei pochi partigiani della zona ancora in vita. Soprattutto, però è un mito vivente per i cubani e i molti appassionati dell’isola caraibica. Per gli altri, rimane una figura dai tratti romanzeschi, un personaggio di passioni e di ideali che nella vita ha cercato di seguire il suo istinto e il desiderio di stare dalla parte dei più poveri.
“La vita mi ha portato lontano da Cuba ma l’isola l’ho sempre tenuta nel cuore. Ho viaggiato a lungo, ho fatto il marinaio, sono stato in molti paesi e non li ricordo tutti, in Australia, in Indocina, in Grecia, Venezuela, mi sono fermato negli Stati Uniti. Ho fatto vari lavori, tassista, pittore, cameriere. E poi la causa rivoluzionaria si può aiutare anche da fuori, ci sono molti modi per rimanere vicini all’ideale”. Quando seppe del trionfo della Rivoluzione si trovava a New York e riuscì a convincere un amico che lavorava in uno dei più importanti hotel della città, il Waldorf Astoria, a mettere la bandiera di Cuba sul tetto del palazzo. E’ uno dei pochi accenni che fa all’isola che ha segnato la sua vita. Recentemente ha fatto ritorno a Cuba per un incontro tra ex combattenti della Resistenza italiana e combattenti cubani ed è stato accolto con tutti gli onori. Si dice che Fidel lo abbia voluto incontrare privatamente. Lui non smentisce e non conferma. Un lungo articolo pubblicato dalla rivista “Juventud Rebelde” (tradotto dal periodico dell’Associazione Italia-Cuba “El Moncada”) inizia con una frase sibillina: “Gino Doné vive ancora nella clandestinità, fedele alla massima del Movimento 26 Luglio che l’indiscrezione equivale a un tradimento”.
“Io non so raccontare”, si schermisce, forse fingendo. “Se vuoi sapere di più della mia storia parla con Giovanni, anche lui è un giornalista, parla la tua lingua, vi capirete”, mi dice porgendomi il telefonino nel quale ha già digitato il numero del collega. Giovanni Cagnassi è un giornalista del quotidiano La Nuova Venezia. Negli ultimi anni ha scritto più volte su Gino, divenendone un amico. Si è anche recato a Cuba per raccogliere informazioni, dopo aver individuato il paese di origine di quel misterioso rivoluzionario dal cognome tipico del Basso Piave. “Ho conosciuto Gino nel 2001”, dice Cagnassi, “se non sbaglio quando è arrivato in Italia e in Veneto per una festa della Cgil. Nel ’96-‘97 avevo letto di lui sull’Unità in un breve articolo e ho fatto delle ricerche nel Basso Piave approfondendone la vita. La sua storia è affascinante e unica, ma non ha avuto il giusto rilievo. Lui non dice tutto perchè è riservato e non vuole riscrivere la storia”.
Il pomeriggio in compagnia di Gino trascorre veloce. Piuttosto che della sua esperienza di partigiano durante la seconda guerra mondiale preferisce parlare del ruolo delle donne e dei familiari. “I tedeschi sono venuti a cercarmi a casa e non trovandomi hanno portato via mio nonno e mia sorella. Quella è una storia da raccontare: quanto hanno sofferto le sorelle, le madri, le mogli dei partigiani? Spesso erano i familiari che correvano i rischi più grossi perché erano esposti”. Pur avendo trascorso una vita all’estero, Gino non ha mai smesso di sentirsi un partigiano. Delle cose italiane di oggi non prova grande interesse, perché, dice, “è difficile capirci qualcosa”. Quello che lo sconcerta sono soprattutto le divisioni nella sinistra. Per lui uno di sinistra è uno di sinistra e basta, perché si parte tutti dall’Antifascismo: che importa se uno è dei Ds, di Rifondazione o dei Comunisti Italiani o di qualche corrente o sottocorrente. Gli hanno spiegato che nei fatti odierni queste cose hanno il loro peso.
La stanza in cui Gino abita è al piano terra della casa di una delle sue nipoti, una delle figlie della sorella. Ha lo spazio essenziale per vivere, l’uomo non ha grandi pretese. Una paio d’anni fa è rimasto vedovo della seconda moglie, sposata negli Usa. Riceve una pensione dagli Stati Uniti e con quella si mantiene. Purtroppo, si lamenta, col dollaro debole rispetto all’euro non è molto quello che gli rimane in tasca. Nel 1957 lasciò Cuba per darsi alla clandestinità, fu Fidel stesso a dargli quell’ordine perché come straniero rischiava molto, il regime di Batista l’avrebbe considerato un mercenario e quindi passato per le armi. Ufficialmente non ha fatto ritorno a Cuba per alcuni decenni, ma anche su questo argomento preferisce sorvolare. Mantiene intatti tutti gli enigmi che forse solo le sue memorie, se deciderà un giorno di scriverle, potranno sciogliere.
Mentre ci saluta, abbracciandoci in piedi accanto all’auto, si lascia andare a una riflessione: “Non mi piace guardare indietro nel passato, mi piace vivere nel presente. Sono ancora forte, ho voglia di fare molte cose”. Forse sta progettando una nuova partenza. Chissà. E’ un altro dei suoi misteri. _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 20:20 Oggetto:
L'Avana. 24 Marzo 2008
È morto Gino Donè
Scrive Giuliana Grando,che guida l’Associazione Italia - Cuba di Venezia al suo rientro da Cuba:
“Sono appena arrivata a Milano, dopo un buon viaggio, però ho ricevuto la notizia della morte di Gino Doné Paro, avvenuta nella notte tra il 22 e il 23. Si è spento dolcemente nel sonno e la sua ultima conversazione è stata ieri sera su Fidel. Vi prego di dare la comunicazione al Poder Popular, ai Granmisti a Fidel stesso, nel caso non gli sia ancora giunta la notizia.
Una recente foto di Gino Donè alla Casa dell’Amicizia de L’Avana
Il Circolo di Venezia che è stato spesso onorato dalla sua presenza come compagno e come amico è in lutto e lo ricorda come un comunista che ha lottato per la libertà del popolo cubano e italiano.
Un abbraccio, Giuliana
La redazione di Granma Internacional in italiano è ugualmente in lutto.
Chi scrive voleva molto bene a quell’uomo così vivo, forte, simpatico, pieno d’entusiasmo, che era stato decorato con la Medaglia 50º del Granma nel 2006, occasione in cui aveva rivisto Fidel dopo cinquant’anni e gli aveva detto abbracciandolo: “A Fidel fidelidad”.
I funerali di Gino Donè si svolgeranno giovedì 27 marzo presso la Sala Cimiteriale di Spinea (VE). _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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Inviato: Gio 27 Mar 2008 - 20:22 Oggetto:
E' MORTO GINO DONE' PARO
L’unico europeo che partecipò alla rivoluzione cubana negli anni '50 al fianco di Che Guevara e Fidel Castro
"E'con dolore che apprendo della morte di Gino Donè Paro, grande partigiano e rivoluzionario. Il mio abbraccio va alla nipote Silvana e a tutti quelli che hanno avuto la fortuna in questi anni di incontrare Gino.
Il suo impegno per la libertà e contro le ingiustizie lo hanno portato a lottare in una vita avventurosa, prima partigiano in veneto a lottare contro il fascismo in Italia, poi al fianco di Che Guevara." Con queste parole Nicola Atalmi, candidato sindaco di Treviso, ricorda la figura di Gino Donè Paro spentosi nella notte tra il 22 e il 23.
Gino Donè Paro è è stato l'unico europeo a salire sul Granma, la nave che sbarco i ribelli a Cuba negli anni Cinquanta.
Di due anni più anziano di Fidel Castro Ruz, l’italiano Gino Donè Paro nacque il 18 maggio 1924 nel Comune di Monastier a Treviso.
Frequentò le scuole professionali, e poi a 20 anni divenne partigiano combattente nella laguna veneziana. Finita la guerra, emigrò nel continente americano e si fermò a Cuba dopo essere passato per il Canada. Nel 1951 lavorò all'Avana come tecnico carpentiere alla costruzione della Grande Plaza Civica della capitale ribattezzata successivamente “Plaza de la Revoluciòn”.
Qui, nel 1952, Gino si fidanzò con Norma Turino Guerra, una giovane cubana rivoluzionaria abitante nell'antica città di Trinidad amica di Aleida March, futura seconda moglie di “Che” Guevara con la quale entreranno due anni dopo nel nuovissimo movimento rivoluzionario castrista. "Gino - conclude Atalmi - è stato una testimonianza di impegno contro le ingiustizie e per la libertà".
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Più che un triste funerale è stata una festa popolare
a salutare oggi pomeriggio 27 marzo 2008
la salma del partigiano Granmista Veneziano 83.enne
GINO DONE' PARO, nella sala delle cerimonie del cimitero
di Spinea Veneziana.
Più volte è stata intonata coralmente "Bella Ciao", ed è
stato proiettato il film
"GINO DONE' PARO: UN ITALIANO PER FIDEL",
applauditissimo dai 200 compagni presenti e da vari
giornalisti, fotografi, cameramen, editori, scrittori,
registi, sindacalisti, partigiani, autorità, dirigenti della ASS-ITALIA-CUBA
e della FONDAZIONE GUEVARA, di cui GINO faceva parte.
I saluti ufficiali sono stati letti dai consiglieri della Ambasciata Cubana, Geraldo Soler e Jorge Sosa,
dal presidente nazionale della Ass-Italia-Cuba, Sergio Marinoni,
dalla dirigente del Circolo Italia-Cuba di Venezia,
Giuliana Grando, dai partigiani dell' Anpi del Veneto,
e da autorità locali.
Le ceneri di Gino sono state consegnate alla nipote
Silvana Carnio, la quale ha prima ringraziato tutti i presenti proponendo
un brindisi con rum cubano.
In ricordo del compagno GINO DONE' PARO, al termine della
cerimonia, ogni partecipante ha preso una rosa rossa
dalle quattro corone inviate da FIDEL, da RAUL, dai GRANMISTI
e dall'AMBASCIATA CUBANA. _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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L'ultima modifica di calleprimera il Sab 29 Mar 2008 - 16:41 , modificato 2 volte
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Inviato: Sab 29 Mar 2008 - 7:25 Oggetto:
L'Avana. 28 Marzo 2008
Lettera di condoglianze
I discendenti degli italiani dell’Avana, membri della Società Dante Alighieri-Comitato Avana, hanno reso omaggio all’importante e lunga vita rivoluzionaria del compagno Gino Doné, in Italia come partigiano antifascista, e in Cuba come granmista e combattente contro la tirannia di Batista, e hanno accordato d’inviare le loro condoglianze per la scomparsa, nella notte tra il sabato 22 e la domenica 23, a San Dona’ di Piave, alle parenti, alla Fondazione Che Guevara e ad altre istituzione italiane e si uniscono al cordoglio per la morte di Gino.
Per il discendenti degli italiani a L’Avana,
Ernesto Marziota Anays Marquetti Loredana Benigni
Presidente Vice presidente Segretaria _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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Gino Donè (il secondo da sinistra nella fila anteriore)
Gino Donè ci ha lasciato.
L' italiano con i connotati della Rivoluzione Cubana, un uomo che non ha mai esitato a lottare per i propri ideali. Nella Rivoluzione cubana ha visto purezza e ha stretto un patto di fratellanza con uomini come Fidel Castro, Camilo o il "Che" Guevara.
Ha partecipato alla spedizione del 1956, salpando con l'ormai storico yacht, Granma.
Gino, uomo tutto d'un pezzo, un'umiltà scalfita nel sangue, mai dimenticata, mai rincorsa, ma tenuta sempre a portata di mano, accompagnata da quella determinazione e riservatezza che l'ha sempre contraddistinto.
Ciò che ha fatto è sempre coinciso con ciò in cui ha creduto. L'ha portato avanti e sappiamo per certo, senza alcun arrivismo, senza il desiderio d'essere lodato o ricordato. Senza la brama che il potere tesse e da cui talora risulta difficile sfuggire.
Gino voleva essere considerato uno di noi, il solito Gino, nulla più.
Gino non si apriva tanto a parole, ma ci si leggeva la sua storia nello sguardo.
Ho avuto il piacere di incontrarlo. Ora se ne è andato, in modo silenzioso, quasi in punta di piedi, senza bisogno d'attirare l'attenzione o d'essere protagonista.
Lui che protagonista è riuscito ad essere con i fatti.
Ciao Gino. _________________ cuando demasiados estan por una parte.... es mejor estar por la otra...
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L'ultima modifica di calleprimera il Dom 30 Mar 2008 - 6:40 , modificato 2 volte
Gli emissari di Castro a Mestre per riprendersi le ceneri di Gino
Ok degli eredi: il Barbudo riposerà con il Che e la moglie
Quando l'urna verrà aperta, mani delicate collocheranno metà delle ceneri accanto alla tomba di Norma Turino Guerra nella cittadina cubana di Trinidad e l'altra metà nel mausoleo della rivoluzione di Santa Clara, accanto alla lapide di Ernesto Che Guevara. Perché Gino Doné Paro a due anni dalla scomparsa aveva un'unica volontà: che le sue ceneri riposassero accanto alla donna che «gli ha insegnato la rivoluzione» e al fianco dei suoi compagni di lotte contro la dittatura di Fulgenzio Batista. E' stato per compiere la volontà di Gino infatti che ieri due dei comandanti del «Granma», la storica imbarcazione che ha dato inizio alla rivoluzione cubana, si sono spinti da l'Havana fino a Mestre per chiedere ufficialmente alla nipote dell'unico barbudo italiano il trasferimento delle sue ceneri dall'Italia alla piccola isola dei Caraibi che ha sedotto i rivoluzionari di tutto il mondo.
E Silvana Carnio, nipote di Gino, non ha potuto trattenere le lacrime quando, nel municipio di Mestre alla presenza degli esponenti dell'associazione Italia- Cuba, ha firmato la richiesta di espatrio delle ceneri da parte del governo cubano che entro la fine dell'anno tumulerà i resti de «el italiano» (come lo chiamava Fidel Castro nelle lunghe chiacchierate) accanto ai suoi due unici grandi amori: la moglie e la rivoluzione. «Mio zio mi ha designata erede ideale e mi aveva chiesto espressamente di essere sepolto accanto ai suoi compagni di lotta e alla sua amatissima moglie», dice commossa Silvana Carnio. D'altra parte Gino, nato a Monastier, nel Trevigiano, e morto a San Donà, è stato un protagonista di spicco della storia di Cuba. Prima come sostenitore della rivoluzione perché grazie al passaporto italiano poteva entrare e uscire da Cuba per portare denaro e informazioni ai suoi compagni di rivoluzione, poi come combattente nelle azioni di sabotaggio contro l'esercito batista e infine come «amico del governo cubano» per conto del quale è andato in giro per il mondo con diversi incarichi come testimoniano i numerosissimi timbri sui suoi documenti. «Gino è stato una figura fondamentale per la storia della rivoluzione cubana - aggiungono i comandanti Arsenio Garcia Davila e Gilberto Garcia Alonso, oggi ottantenni - E' stato anche grazie al suo ruolo che Cuba ha potuto raggiungere l'indipendenza dal giogo della dittatura batista e americana».
Nel Veneziano, più precisamente a San Donà, era tornato solo nel 2003 dopo anni avventurosi ammorbiditi dal profumo di quattro pacchetti di Camel al giorno e dalla compagnia di una bottiglia di Ruhm. Cuba però è sempre rimasta nel suo cuore. Da quel giorno di cinquanta anni fa quando c'era andato clandestinamente dopo aver letto le opere di José Martì, il comandante della guerra di indipendenza cubana contro la Spagna, e dove, lavorando come carpentiere, aveva ascoltato i discorsi degli studenti che si preparavano a sollevarsi contro Batista. «La svolta - raccontava Gino - arrivò quando conobbi Norma che divenne poi mia moglie». Norma Turino Guerra infatti era una giovane rivoluzionaria amica di Aleida March che poi diventò moglie di Ernesto Guevara. Fu in una di queste occasioni che Gino fu avvicinato dal «Movimento del 26 luglio» (M-26-7) e conobbe Fidel e Raul Castro. Furono loro poi a chiedere a Gino di recarsi in Messico con Che Guevara per comprare il «Granma», lo yacht di 18 metri in cui si stiparono gli 82 volontari che diedero inizio alla rivoluzione. Gino infatti aveva già avuto una formazione militare: aveva imparato a usare le armi ad appena 19 anni perché l'8 settembre del 1943, nel giorno dell'armistizio, si trovava a Pola e pochi giorni dopo era già stato arruolato con la brigata partigiana della Missione Nelson fino alla fine della guerra, quando, prima di emigrare in Canada e poi a Cuba, fu insignito di un encomio direttamente dalle mani del generale Alexander. _________________
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