CUBA - U.S.A. IL DISGELO, ED ORA.....

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Messaggioda Guajiro. » 22/12/2014, 21:08

Ante el fin de la Ley de Ajuste

¿Está Obama preparado para recibir una avalancha de refugiados?

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LA HABANA, 21 diciembre, 2014
Ante el fin de la Ley de Ajuste los cubanos se lanzarán en estampida hacia Estados Unidos. ¿Está Miami preparado para los cientos de miles que en la Isla poseen pasaporte español y pueden entrar como turistas? ¿Están La Florida, New Jersey, y las oficinas migratorias de EE.UU. listas para la avalancha de cubanos residentes en América Latina que tienen visa para entrar a EEUU? Cientos de miles que hoy dudan, emigrarán en esa última hora.

El aparato de inteligencia del régimen ha preparado a la opinión pública para el fin del embargo. La euforia es notable, sobre todo por las expresiones que se escuchan en las calles cubanas o leyendo a los voceros castristas en las redes sociales, todos cantando victoria.

Pero el fin del embargo implicará el fin de la “Ley de Ajuste Cubano”. La ley estadounidense que el Partido Comunista y la cúpula militar del régimen culpan de que los balseros cubanos se echen al mar, la ley criminal, “ley asesina”.

Bajo esta ley, aprobada por el Congreso estadounidense en 1966, todo cubano que ponga un pie en EE.UU. recibe al año y un día la añorada residencia estadounidense. Un privilegio único para un pueblo cuyo pasaporte es rechazado en cualquier país del mundo.


Es innegable que esta ley ha propiciado la prosperidad del pueblo cubano en Norteamérica, llegando incluso a ser el de mayor representatividad en la Cámara de Representantes, el Senado, en grandes compañías y altos centros de estudios.

Pero con las relaciones entre EE.UU. y Cuba, anunciadas al unísono por Obama y Raúl Castro, potenciales turistas estadounidenses pagando con tarjetas de crédito en la Isla, Mac Donal desembarcando en La Habana y la apertura de un consulado cubano en Miami, que sentido tiene dar categoría de refugiados políticos a los cubanos.

Los representantes cubano-americanos en el congreso de EEUU han demostrado talento y capacidad política, saben que con la caída del Embargo y la Ley de Ajuste se producirá una crisis migratoria de magnitudes imprevisibles.

La pregunta es: ¿Está Obama preparado para recibir una avalancha de refugiados? ¿Lo saben los demócratas quienes casualmente han sufrido El Mariel en 1980 y la Crisis de los Balseros en 1994? Esperemos que sí, que su equipo esté listo para jugar esta partida de ajedrez.
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Messaggioda carlo » 23/12/2014, 0:30

Cuba, la fine dell’embargo e il miraggio del petrolio offshore

L’isola punta a ottenere il 24% dell’elettricità dalle rinnovabili. Ma le multinazionali potrebbero cambiare le carte in tavola

«Con le relazioni diplomatiche e il disgelo tra gli Stati Uniti e Cuba, le compagnie petrolifere e gasiere possono mettere gli occhi su quel che c’è al largo della costa di Cuba: le grandi riserve di petrolio». La denuncia di Ari Phillips su ClimateProgress si basa su concisi dati di fatto: attualmente Cuba dipende dal Venezuela per il suo petrolio, visto che produce poco più di 50.000 barili al giorno di petrolio e circa altri 100.000 barili al giorno vengono venduti a prezzo scontato dai compagni di Caracas, ma il Venezuela è sempre più in crisi e il governo di Maduro potrebbe avere i mesi contati proprio a causa del vertiginoso calo del prezzo del greggio petrolio che sta togliendo ossigeno al socialismo petrolifero venezuelano.

I comunisti cubani sono terrorizzati dal fatto che si possa ripetere l’esperienza della caduta dell’Unione Sovietica, quando si trovarono a non ricevere più petrolio da Mosca e tutti, a cominciare da Washington, scommettevano su un crollo del regime di Fidel Castro. Phillips, e non solo lui, è convinto che «l’impegno di Cuba e degli Usa di normalizzare le relazioni può consentire a Cuba di acquistare più petrolio sul mercato aperto e alle companies Usa di portare l’ expertise e l’esperienza per sfruttare le riserve offshore del Paese».

Ma lo stesso Phillips fa notare che «questo risultato è tutt’altro che certo. Con l’Arabia Saudita che si rifiuta di tagliare la produzione di petrolio e i precedenti sforzi in tentativi di estrazione offshore che hanno prodotto risultati infruttuosi, molti esperti ritengono che la maggior parte dei 124 milioni di barili di petrolio di Cuba resteranno inaccessibili».

Pavel Molchanov, un esperto di energia della Raymond James, ha confermato a Politico: «Non ci sarà una corsa al petrolio cubano. Solo perché le aziende statunitensi non potevano trivellare Cuba, questo non significa che nessuno abbia mai trivellato a Cuba».

La brasiliana Petrobras, la malese Petronas, la russa Zarubezhneft e la spagnola Repsol hanno tutte cercato il petrolio al largo delle coste di Cuba, finora senza successo. Repsol ci ha addirittura speso più di 150 milioni di dollari, ma nel 2012 si è ritirata. Molchenov sottolinea che «se l’industria petrolifera avesse veramente creduto che nella costa cubana ci fosse una notevole quantità di petrolio, sarebbero arrivate le compagnie europee britanniche, francesi e di altri paesi che hanno un’abilità di livello mondiale nel trovare i giacimenti in acque profonde».

Ma Jorge Piñon, direttore del Latin America and Caribbean Energy Program dell’università del Texas, è convinto che l’arrivo di compagnie petrolifere e gasiere statunitensi potrebbe aiutare Cuba a raggiungere le riserve nell’offshore profondo, e che se «aziende come FuelFix e Halliburton e Schlumberger dessero assistenza tecnologica a Cuba, il Paese potrebbe aumentare in modo significativo la quantità di petrolio recuperato dai suoi pozzi attuali», consentendo a Cuba di non rivivere in salsa venezuelana la brutta esperienza del crollo dell’Urss. Ma anche mettendo in forte pericolo il prezioso ecosistema circostante.

Gli ambientalisti statunitensi temono infatti che la corsa all’offshore cubano moltiplichi il rischio di una nuova Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, una nuova marea nera a un passo dalla costa statunitense, e fanno notare che le attrezzature per contenere e bonificare gli sversamenti petroliferi sono sotto embargo perché prodotti da imprese americane e l’embargo statunitense di Cuba rimarrà fino a che il Congresso controllato dai repubblicani non darà il via libera alla normalizzazione dei rapporti economici. Quando cadranno queste barriere, Usa, Cuba e Messico si troveranno di fronte a un altro problema: dovranno stabilire come dividersi il Golfo del Messico. Un comunicato della Casa Bianca ha spiegato che «recedenti accordi tra gli Stati Uniti e Cuba delimitano lo spazio marittimo tra i due Paesi entro 200 miglia nautiche dalla costa. Gli Stati Uniti, Cuba e il Messico estendono la loro piattaforma continentale fino ad un’area all’interno del Golfo del Messico, dove i tre Paesi non hanno ancora delimitato i confini».

Fortunatamente il governo cubano, che ha seguito con molta preoccupazione il disastro della Deepwater Horizon, sta già cercando di diversificare le sue fonti di energia e sta aumentando quelle rinnovabili per migliorare la sicurezza energetica. La nuova politica energetica cubana si basa sull’energia solare, l’eolico e piccoli impianti idroelettrici. Cuba punta ad ottenere il 24% della sua elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030: ha inaugurato i suo primo parco solare nel 2013 e ne sta costruendo almeno altri sei.

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Messaggioda Guajiro. » 24/12/2014, 11:40

Cambio de política

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Messaggioda Guajiro. » 24/12/2014, 11:57

México, Cuba y EEUU a por el petróleo del Golfo

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LA HABANA, 23 diciembre, 2014
José Eusebio Salgado y Salgado, experto en derecho marítimo, explicó que primero se tiene que fijar las fronteras en la Plataforma Continental y posteriormente buscar un convenio trilateral para la exploración y explotación de los recursos que se encuentren justo en esa zona.

El acercamiento entre Estados Unidos y Cuba, mediante el restablecimiento de relaciones diplomáticas luego de 53 años, anunciado la semana pasada por los presidentes Barack Obama y Raúl Castro, abre la posibilidad para nuestro país de lograr un acuerdo limítrofe y energético con ambos vecinos que garantice certidumbre y seguridad legal sobre los recursos de hidrocarburos existentes en el Golfo de México, destacaron especialistas consultados por El Financiero.


“Se trata, sin duda, de un gran avance para concretar el acuerdo que requieren en cuanto a la delimitación de las fronteras marinas y el aprovechamiento de los hidrocarburos de manera segura para cada parte”, dijo José Eusebio Salgado y Salgado, experto en derecho marítimo, aunque apuntó que las negociaciones no serán rápidas ni sencillas.

Primero, explicó, se tendrían que fijar las fronteras en la Plataforma Continental y posteriormente se buscaría un convenio trilateral para la exploración y explotación de los recursos que se encuentren justo en esa zona.

Después de este proceso, comentó, el siguiente paso sería declarar una moratoria que impida la exploración y explotación unilateral de yacimientos en la zona común del Golfo de México, similar a la que nuestro país mantuvo con EU por más de diez años antes de alcanzar en 2012 un acuerdo petrolero.

El miércoles, en su llamada telefónica al presidente Enrique Peña Nieto para detallar la dimensión de las conversaciones diplomáticas con La Habana, el vicepresidente norteamericano, Joe Biden, ofreció la ayuda de su gobierno para delimitar las fronteras.

México y la isla buscan desde hace meses formalizar con un acuerdo la carta de intención no vinculante que Petróleos Mexicanos (Pemex) y la Unión Cuba Petróleo (Cupet) firmaron en abril de 2012, estableciendo el compromiso de estudiar opciones para que la primera empresa participe en la exploración y explotación de crudo en la parte cubana del Golfo de México, también fronteriza con EU.

Pemex ya tiene intereses en La Habana, por medio de su participación de 9.49 por ciento en la firma hispano argentina Repsol-YPF.

Sabemos que es del interés de Cuba el tema energético y eventualmente si hay campo para la cooperación bilateral en cuanto a yacimientos transfronterizos se refiere, pero las negociaciones podrían extenderse más allá de 2018”, indicó a Reuters el subsecretario para América del Norte de la cancillería, Sergio Alcocer.

La zona económica exclusiva de Cuba tiene 112 mil kilómetros cuadrados y se fijó en 1977, al pactarse las fronteras marinas con EU y México ––que requerirían delimitarse nuevamente por la pretensión de los tres países de ampliar su Plataforma Continental, mediante el reconocimiento de la comisión respectiva de Naciones Unidas–– y Cupet considera que los recursos recuperables ascenderían a 20 mil millones de barriles de crudo.

Estudios del Consejo Mexicano de Asuntos Internacionales sostienen que es urgente consolidar acuerdos en la materia, para que nuestro país no pierda los recursos que le corresponden.

Un elemento fundamental en toda negociación que se realice sobre yacimientos transfronterizos compartidos, indica, es establecer que el área donde se encuentren no es, en sentido jurídico, territorio nacional, por lo que cualquier decisión que se tome en torno a su explotación no aplica respecto a los que se hallan dentro de la jurisdicción exclusiva del Estado mexicano.

Pese a las expectativas creadas por el potencial petrolero cubano, en 2012 los pozos perforados en aguas profundas por empresas de España, Noruega, India, Malasia, Rusia y Venezuela no arrojaron buenos resultados, situación que se suma a las dificultades que enfrenta actualmente la industria.
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Messaggioda carlo » 24/12/2014, 16:00

Guajiro. ha scritto:Cambio de política



Mi sembra ovvio che in democrazia ognuno dica la sua opinione....ma che ora questi fanno passare il regime cubano come lo sconfitto dalla normalizzazione dei rapporti con gli USA mi sembra un po' fuori dalla realta'....
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Messaggioda Guajiro. » 24/12/2014, 17:45

Reclamos por expropiaciones, otro tema pendiente en relación EE.UU-Cuba

Según WSJ, ahora que Estados Unidos ha decidido normalizar sus relaciones con Cuba, los dos gobiernos tendrán que atender antiguos reclamos de empresas cuyas propiedades fueron incautadas cuando Fidel Castro tomó el poder en 1959.

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LA HABANA, 24 diciembre, 2014
Compañías y ciudadanos estadounidenses han presentado reclamos valorados en más de US$ 7.000 millones por fábricas, refinerías, plantas eléctricas, terrenos y otros activos que fueron nacionalizados después de la revolución. Las empresas demandantes incluyen varias compañías en la lista Fortune 500, como Coca-Cola Co. , Exxon Mobil Corp. , Starwood Hotels & Resorts Worldwide Inc. y Colgate-Palmolive Co.

La mayor demanda en este momento está en manos de una subsidiaria de la cadena de artículos y muebles de oficina Office Depot Inc. tras su fusión el año pasado con su rival OfficeMax. Office Depot no existía durante la revolución cubana, pero una filial, Cuban Electric Co., suministraba más de 90% de toda la electricidad vendida en la isla en 1960. El régimen castrista nacionalizó sus operaciones, incluida una planta valorada en ese momento en más de US$ 200 millones.

Boise Cascade, una empresa maderera, se convirtió en dueña mayoritaria de las acciones de Cuban Electric en 1969. En 2003, Boise Cascade compró OfficeMax y adoptó ese nombre. El año pasado, OfficeMax se fusionó con Office Depot, y ésta ahora controla Cuban Electric.

El presidente Barack Obama no mencionó el tema cuando anunció la normalización de las relaciones con Cuba la semana pasada. El Departamento de Estado de EE.UU., responsable de negociar la resolución de los reclamos, dice que el tema es un aspecto importante del proceso.

“El restablecimiento de las relaciones diplomáticas permitirá a EE.UU. trabajar de manera más efectiva con el gobierno cubano en una variedad de temas importantes, incluyendo las demandas de los estadounidenses”, dijo el viernes un vocero del Departamento de Estado. “La resolución de los reclamos pendientes es una prioridad del gobierno estadounidense, pero en este momento no podemos ofrecer un cronograma específico o detalles”.

Roberta Jacobson, subsecretaria de Estado para el Hemisferio Occidental, sugirió que una resolución podría tardar un largo tiempo. “No prevemos que estos temas se resuelvan antes de que se restauren las relaciones diplomáticas, pero sí creemos que serán parte de la conversación”, dijo a reporteros la semana pasada. Una vocera de Office Depot no quiso comentar.

El gobierno se involucró formalmente en los procesos en 1964, cuando el Congreso ordenó a la Comisión de Resolución de Reclamos en el Extranjero, una agencia cuasi judicial dentro del Departamento de Justicia, determinar la validez y el valor de las demandas. La compleja tarea tomó seis años y resultó en la certificación de casi 6.000 reclamos por unos US$ 1.800 millones. Con intereses, las demandas ascenderían hoy a US$ 7.000 millones.

Con US$ 267,6 millones, sin contar intereses, la pérdida de Cuban Electric representa la mayor demanda de una entidad.

Otra gran demanda es la de Coca-Cola. Hacia fines de los años 50, la empresa tenía una operación rentable en Cuba con ventas anuales de más de US$ 7 millones, según la comisión. Una porción importante del reclamo de Coca-Cola, de US$ 27,5 millones antes de intereses, es por el valor perdido del negocio. La demanda, sin embargo, incluye plantas de embotellamiento y jarabe, refrigeradoras, máquinas expendedoras y contenedores que fueron incautados por el gobierno. Coca-Cola, Starwood, Exxon y Colgate no respondieron a pedidos de comentarios.

En caso de que se llegue a un acuerdo, la comisión será la encargada de repartir el dinero de los reclamos.

EE.UU. impuso el embargo en gran parte como represalia por la propiedad confiscada. Según la normativa vigente, sería ilegal levantarlo sin resolver los reclamos, dice Matías Travieso-Díaz, un socio de Pillsbury Winthrop Shaw Pittman LLP, que ha escrito análisis legales sobre las sanciones a Cuba.

Las sanciones otorgan otras protecciones legales a los demandantes. Una provisión de la Ley Helms-Burton de 1996 sostiene que “cualquier persona o gobierno que trafique con propiedad estadounidense confiscada por el gobierno cubano es sujeto a daños monetarios en el sistema judicial federal de EE.UU.”, según un informe de 2014 del Servicio de Investigación del Congreso. Sin embargo, los presidentes Bill Clinton, George W. Bush y Barack Obama no han aplicado esa estipulación.


Algunos analistas, incluida Julia Sweig, una especialista en Cuba del Consejo de Relaciones Exteriores, un centro de estudios con sede en Nueva York, asevera que las demandas pendientes no son un gran obstáculo a un comercio más abierto con la isla debido a que ha pasado mucho tiempo.

Cuba sostiene que EE.UU. debe a los cubanos más de US$ 100.000 millones por los daños causados por el embargo. Pero otro problema sale a la vista de todos: La posibilidad de La Habana de pagar las reclamaciones de los empresarios dañados a inicios de los 60.

Michael J. Kelly, profesor de leyes internacionales de la facultad de derecho de la Universidad de Creighton, en Nebraska, y coautor de un estudio sobre el tema, dice que un arreglo podría llegar bajo la forma de un solo pago general y no tendría que ser en efectivo. Las empresas, explica, podrían ser indemnizadas con derechos de desarrollo o beneficios tributarios para alentar la inversión extranjera en Cuba.
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Messaggioda Guajiro. » 25/12/2014, 12:04

Empresarios de EE.UU. miran con deseo a Cuba

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LA HABANA, 24 diciembre, 2014
Luego del anuncio del miércoles pasado de la normalización de relaciones entre La Habana y Washington tras medio siglo de hostilidades, "todo el mundo está inquieto, esto es como un tsunami de pronto. Hay mucho empresario estadounidense que ha entrado en pánico" dijo a la AFP Emilio Morales, presidente del Havana Consulting Group en Miami.

"Quieren apurarse, pero esto no es así, es todo un proceso, que comienza ahora y va a haber un periodo de al menos un par de años, mientras se afinan los detalles de la nueva relación", dijo Morales, quien afirma que su teléfono no ha dejado de sonar desde la semana pasada.

Lo más importante es que cambió "dramáticamente el tono de la conversación" y eso "desde el punto de vista de negocios", hace que "lo que antes era solo un prospecto del futuro, ahora empiece a estar en el horizonte", indicó Pedro Freyre, abogado cubano-estadounidense que dirige la división internacional de la firma Akerman.

Comenzó la fase "de desmontar el embargo, y el mercado crecerá y será mas atractivo en la medida en que se vayan quitando las piezas del embargo y ese es un proceso que va a tardar", señaló Morales.

El presidente de la influyente Cámara de Comercio estadounidense, Thomas Donohue, que visitó Cuba este año, afirmó que su organización "se encuentra preparada para ayudar al pueblo cubano a desarrollar el poder de la libre empresa para mejorar sus vidas".

Nuevo lobby económico
Cuando Obama anunció que abría un diálogo con Cuba para normalizar las relaciones, dispuso también una serie de medidas que permitirán mayores intercambios, como mayores viajes y envío de remesas a la isla o exportación de materiales de construcción y equipamiento agrícola.

Pero el embargo económico, virtual barrera para las inversiones y las relaciones comerciales hacia Cuba, sigue vigente y solo puede levantarlo el Congreso, que a partir de enero estará totalmente dominado por la oposición republicana.

Republicanos clave como el senador Marco Rubio, estadounidense de origen cubano que dirigirá desde enero la subcomisión de Relaciones Exteriores para América Latina, han prometido echar mano a todas las herramientas para sabotear el acercamiento a Cuba, porque temen que el régimen castrista sea el principal favorecido con las nuevas relaciones.

Pero en medio de la incertidumbre, las empresas estadounidenses no quieren perder oportunidades y esperan que pronto se instale la embajada en La Habana que facilite viajes exploratorios a la isla para "ver cuáles son los nichos que pueden ser buenos para ellos", dijo el cubano Morales.

"Vamos a ver una transformación del lobby político en un lobby empujado por las empresas, que es un lobby más fuerte porque estarán los intereses de grandes compañías" estadounidenses con apetito por el mercado de 11 millones de personas en la isla, agregó.

Florida, beneficiario natural
Cuba, que importa gran parte de lo que consume y donde mucho está por hacerse, es un terreno fértil para introducir desde alimentos a vehículos, y podrá recibir inversiones en turismo, infraestructura, biotecnología, industria de la salud y hasta petróleo una vez se abra el dique, indican los consultores.

Y Florida, estado del sureste de Estados Unidos separado de Cuba por tan solo 150 km de mar y donde tienen residencia la mayor parte de los dos millones de cubanos en el país, es la región natural para sacar mayor provecho.

Por lo pronto, las empresas autorizadas por el Departamento del Tesoro para realizar viajes fletados a la isla, que en su gran mayoría operan en Florida, han notado un fuerte incremento en la demanda, según la prensa local.

"Desde mi oficina veo salir por el río Miami los cargueros yendo a las Bahamas, a Haití. El día que (el comercio) se abra para Cuba, lo que vas ver todos los días son barcos y barcos yendo para allá con cualquier producto", pronosticó Freyre.
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Messaggioda Guajiro. » 27/12/2014, 19:25

La embajada de EEUU en La Habana funcionará en el mismo edificio de la SINA

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LA HABANA, 27 diciembre, 2014
Medio siglo después de que Washington rompió relaciones con Cuba, la misión de siete pisos de Estados Unidos se yergue sobre el bulevar marítimo del Malecón en La Habana como una de las representaciones diplomáticas más grandes en el país.

Guardias cubanos vigilan a intervalos breves en la calle, y miles de isleños hacen fila cada año para tratar de obtener una codiciada visa.

Repentinamente, la reluciente Sección de Intereses de Estados Unidos se encamina a convertirse en una presencia aún más importante en Cuba debido a que ambos países negocian la primera fase de su histórica distensión, lo que transformaría el complejo en una embajada que refleje las esperanzas del gobierno del presidente Barack Obama de lograr nueva influencia en la isla.

Roberta Jacobson, secretaria de Estado adjunta para asuntos del hemisferio occidental, será que se sepa la funcionaria de mayor jerarquía del gobierno estadounidense en visitar Cuba después de varias décadas cuando acuda el mes próximo para las conversaciones anuales sobre migración, que ahora también estarán enfocadas en los detalles de reestablecer relaciones diplomáticas plenas.

Se prevé que las conversaciones abarcarán el incremento de personal en las secciones de intereses de ambos países y permitir que los diplomáticos viajen fuera de sus capitales respectivas sin tener que solicitar permiso.

Como parte de la reapertura de la embajada se están tomando medidas simbólicas tales como izar la bandera estadounidense en el Malecón.

"Abrir una embajada es un gesto simbólico, pero los símbolos son verdaderamente importantes", dijo John Caulfield, que fue jefe de la Sección de Intereses de 2011 a 2014, por vía telefónica desde Jacksonville, Florida, donde se jubiló.

"Este es un símbolo bastante potente por parte de nuestro presidente de que queremos tener una relación más normal con Cuba a pesar de que tenemos las diferencias evidentes", añadió.

La sección de intereses de Cuba es una majestuosa finca en el vecindario Adams Morgan de Washington. Y también se encamina a convertirse en una embajada en forma.

Los diplomáticos dijeron en privado que Washington espera incrementar su personal en La Habana, que en la actualidad es de unos 50 estadounidenses y 300 cubanos, ya que se espera que más viajeros y delegados comerciales de Estados Unidos acudan a la isla bajo las nuevas normas que establecerá la Casa Blanca, las cuales suavizarán las reglas del embargo comercial a Cuba.

Un acuerdo también relajaría o desecharía normas que requieren que los diplomáticos estadounidenses canalicen todas sus solicitudes a través del Ministerio de Relaciones Exteriores de Cuba; los diplomáticos podrían tratar directamente con al menos algunas otras ramas del gobierno.

Con frecuencia la Sección de Intereses ha sido motivo de conflicto, y sus décadas de estatus híbrido reflejan la disfuncional relación entre ambos países, cuya población está profundamente entrelazada.

El edificio abrió sus puertas como embajada por primera vez en 1953, el mismo año en que Fidel Castro lanzó un ataque malogrado a un cuartel, el cual se considera el inicio de la Revolución Cubana.

Ocho años después, con Castro en el poder, los países rompieron relaciones y Suiza tomó cartas en el asunto para salvaguardar tanto la embajada como la residencia del embajador, una amplia finca con un jardín perfectamente cuidado en el mejor vecindario de La Habana.

Tras la ruptura, Washington no contó con presencia en Cuba sino hasta 1977, cuando se abrió la sección de intereses durante el gobierno del presidente Jimmy Carter. Técnicamente, las misiones operan bajo la égida de Suiza, la "potencia protectora".

Posteriormente Cuba construyó la "Tribuna Antiimperialista" adyacente, donde se han realizado mítines nacionalistas en los que Castro pronunció largos discursos, así como conciertos para exigir el regreso de los espías cubanos liberados por Estados Unidos la semana pasada como parte de la distensión. En el 2000, enormes manifestaciones pasaron junto a la Sección de Intereses para exigir el regreso del joven balsero cubano Elián González.

En la pared de una sala de conferencias de la misión cuelga la cabeza de bronce de un águila que coronaba el cercano monumento al navío USS Maine hasta que fue derribada en una protesta antiyanqui en 1961 tras la fallida invasión de Bahía de Cochinos. Las alas y el cuerpo del ave yacen en un mohoso almacén de un museo cubano, a la espera de una posible reunión con la cabeza el día que La Habana y Washington se vuelvan amigos.

En 2006, los diplomáticos estadounidenses instalaron abruptamente un tablero electrónico que mostraba mensajes que glorificaban la democracia y el respeto a los derechos humanos a los cubanos que pasaban por la calle. El gobierno cubano instaló decenas de banderas negras para tapar la vista.


"La consecuencia de eso fue que, por años, no nos permitieron importar bombillas", recordó Caulfield con una sonrisa.

La Sección de Intereses de Estados Unidos es vigilada celosamente por cámaras y guardias de ambas partes, un efecto tanto de las añejas tensiones como de la mayor seguridad en las misiones diplomáticas de Estados Unidos después de los ataques terroristas del 11 de septiembre de 2001. La policía cubana obliga a los peatones a cruzar la calle para que caminen por la acera de enfrente, y no se permite estacionar vehículos.

Algunos habitantes dicen que les gusta vivir en las cercanías, ya que nadie sufre robos, y tanto los empleados como las personas que solicitan visas sostienen a los negocios locales.

"Como toda el área está muy bien vigilada, es muy segura", dijo Pedro Hernández, de 73 años, quien tiene un modesto restaurante bar en su casa. "No hay ningún tipo de problema delictivo, y es muy bueno para nosotros".

Los diplomáticos estadounidenses dicen que el acoso de bajo nivel fue cosa de rutina por muchos años, y Cuba restringía sus movimientos y actividades, y retrasaba la emisión de permisos para hacer el mantenimiento regular. La prensa estatal cubana describía con frecuencia el edificio como una guarida de espías.

En los últimos años, ambas partes han desarrollado una relación notablemente cordial. El tablero electrónico fue desmontado en 2009, y las banderas negras fueron retiradas, aunque ondean en ocasiones especiales. Los países comenzaron a otorgar permisos de viaje diplomáticos con mayor facilidad. Los enviados intercambiaban números telefónico e incluso cenaban juntos ocasionalmente. Se reanudaron las negociaciones sobre migración y sobre la reanudación del servicio de correos.

Una vez que se elaboren los detalles de la nueva relación diplomática, la tarea concreta de convertir la misión en embajada requiere poco más que cambiar algunas señales y encargar papelería con nuevo membrete, dijeron expertos.

"Unos cuantos plumazos y ya está", dijo Wayne Smith, quien era un diplomático junior en Cuba cuando se cortaron relaciones en 1961 y regresó a dirigir la Sección de Intereses a finales de la década de 1970.

Algunos que trabajaron en la Sección de Intereses de Estados Unidos esperan el cambio con una mezcla de emoción y desilusión por no estar presentes para la transición.
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Messaggioda Guajiro. » 29/12/2014, 19:41

Havana Club afirma estar 'lista para conquistar' el mercado de EEUU

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LA HABANA, 28 diciembre, 2014
El director general de Havana Club International, Jerome Cottin, afirmó este domingo en declaraciones a la agencia china Xinhua que la compañía está lista "para conquistar el mercado estadounidense" tras el cambio en las relaciones entre La Habana y Washington.

Havana Club International, fue creada a partir de la unión, en 1993, de la estatal empresa cubana Cuba Ron S.A. y del grupo francés Pernod Ricard. El embargo económico impide la venta de ese ron en Estados Unidos, un mercado que absorbe el 40% de la producción de esas bebidas y donde los directivos de la firma consideran que pueden vender a corto plazo un millón de cajas de nueve litros.

"Sería un crecimiento fuerte, importantísimo", agregó el ejecutivo, tras destacar que Estados Unidos representa "un potencial enorme". Cottin aseguró que "nuestro mayor deseo es que un día se pueda vender allá para que los consumidores de Estados Unidos puedan disfrutar de un ron de alta calidad".

Havana Club perdió un litigio legal en Estados Unidos y no puede registrar esa marca en territorio estadounidense, pero la empresa reaccionó con la creación de Havanista, un ron expresamente diseñado para ese mercado.

Ante una eventual normalización de los vínculos entre Cuba y Estados Unidos, los directivos aseguran que la industria ronera de la Isla tiene capacidad de añejamiento y producción para responder a todas las solicitudes que pudiera hacer el mercado estadounidense en caso de que se levantaran las sanciones económicas contra la Isla.

A pesar de no tener acceso a ese mercado, el ron Havana Club ocupa en la actualidad el lugar 24 del ranking de las 100 bebidas mejor vendidas en el mundo, con unos cuatro millones de cajas de nueve litros cada año, en más de 140 países, principalmente en Alemania, Francia, Gran Bretaña, Italia y Chile.

La marca destina a Europa casi el 80% de sus exportaciones, más del 15% se comercializa en mercados de Latinoamérica y Canadá, mientras el resto de las ventas van a países de Asia, África y Oceanía.

La compañía espera este año un crecimiento de sus ventas de 3% en comparación con igual etapa del año anterior, con resultados "excelentes" en Europa, América Latina y Asia, incluida China.
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Messaggioda carlo » 30/12/2014, 22:11

Cuba, Yoani Sanchez: altro che 'disgelo', arrestato mio marito e un altro oppositore

Due settimane fa l'annuncio della riapertura delle relazioni diplomatiche tra Washington e l'Avana. Nelle carceri cubane 53 dissidenti

"Stanno portando via mio marito Reinaldo Escobar e Eliecer Avila ammanettati in un'auto della polizia", ha denunciato la blogger cubana dissidente. I nuovi arresti di oppositori cubani avvengono dopo il 'disgelo' tra tra Stati Uniti e Cuba avviato da Barack Obama e Raul Castro. Nessun commento o conferma dalle autorità cubane.

Escobar è un giornalista di primo piano del sito web 14ymedio.com ed Avila è il leader del gruppo d'opposizione "Somos Mas". Sanchez, che ha dato notizia tramite il suo profilo twitter, non ha fornito altri elementi ed i reporter che hanno provato a contattarla non hanno ricevuto - finora - risposta. Un altro dissidente, Elizardo Sanchez, sostiene che Yoani sarebbe agli arresti domiciliari: "Non le hanno consentito di lasciare la sua casa", ha detto l'uomo.

Gli arresti sono avvenuti poche ore prima che l'artirsta Tania Bruguera iniziasse una manifestazione sulla piazza della Rivoluzione a l'Avana, cui le autorità hanno negato il permesso.

Il 17 dicembre il presidente Barack Obama e Raul Castro avevano annunciato il progressivo ristabilimento di relazioni diplomatiche, interrotte dal 1959. A Cuba rimangono in carcere 53 dissidenti.

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