CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Di tutto un po' su Cuba

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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda CELESTE HENRY » 01/04/2018, 18:36

carlo ha scritto:Vorrei fare una riflessione cercando una sintesi tra le varie info del barrio,cercando di prevedere quello che potrebbe accadere:
Ecco io credo che Cuba rischia di essere alla vigilia di una grossa crisi finanziaria,ossia rischia di arrivare alla fine dell'anno con le casse dello stato completamente vuote,il fatto di non pagare i fornitori esterni e di risparmiare negli ambiti della sfera pubblica in maniera cosi drastica non mi fa essere troppo ottimista sulle prospettive economiche dell'isola,e ahime non credo che l'aumento del numero dei turisti e le rimesse siano sufficienti a colmare il vuoto


IL REGIME CASTRO MARXISTA, DOPO AVER PORTATO LA NAZIONE CUBANA ALLE SOGLIE DI UN FALLIMENTO ECONOMICO, SOCIALE E FINANZIARIO, BASANDOSI SULL' OBSOLETA IDEOLOGIA MARXISTA E DATO AI CUBANI DEGLI STIPENDI DA FAME, IMPEDENDONE IL BENESSERE E LA PROSPERITA', SCAMBIANDOLE PER PURO ARRICCHIMENTO PERSONALE,

CHE COSA FA ? SI DA AL GOLF....................


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SONO PARTITI VENERDI' 30 MARZO 2018 I LAVORI DI COSTRUZIONE DEL PIU' GRANDE COMPLESSO TURISTICO DELL' AMERICA LATINA LEGATO AL GIOCO DEL GOLF, NELLA ZONA PARADISIACA DI PUNTA COLORADA, A PINAR DEL RIO, A 170 CHILOMETRI DA L' AVANA.

IL CENTRO SI SVILUPPERA' SU UN' ESTENSIONE DI 3.700 ETTARI, CON BEN DUE CAMPI DA GOLF, 1.250 STANZE SUDDIVISE IN TRE ALBERGHI, 1.700 TRA APPARTAMENTI, VILLE E BUNGALOW, PORTO TURISTICO CON 300 POSTI BARCA, CAMPI DA CALCIO, TENNIS, BASEBALL.

COSTO TOTALE DELL' INVESTIMENTO: 1.000.000.000,00 DI EURO.

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Cuba, una lacrima bagnata dal mare celeste e asciugata dalle bianche spiagge e dalla forza di chi crede ancora nell' amore e nel futuro.......
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 01/04/2018, 20:10

carlo ha scritto:Vorrei fare una riflessione cercando una sintesi tra le varie info del barrio,cercando di prevedere quello che potrebbe accadere a breve(chiaramente non domani!)in quel di Cuba;in particolare 4 notizie hanno colpito il mio interesse:1)la quasi totale cancellazione dei voli interni di cubana de aviacion(che segue quella della tratta internazionale Parigi-Santiago)dovuta ufficialmente alla mancanza dei pezzi di ricambio(ma secondo me alla totale diseconomicita di tali voli,ossia erano dei buchi senza fondo). 2)la penuria e scarsezza di medicinali nelle varie farmacie,sia quelle destinate al pubblico,sia quelle interne agli ospedali(ovviamente anche al netto dei vari robos che avvengono all'interno) 3)la volonta da parte dello stato di investire da un punto di vista di monopolista sull'oro(e quindi sulle riserve auree dello stesso,sempre che l'oro estratto arrivi nei forzieri e non rimanga attaccatto nelle mani di qualche funzionario) 4)il dare per imminente ma poi rimandare sempre sine die la tanto decantata riforma monetaria,con l'accorpamento delle due monete
Ecco io credo che se si prendono questi 4 elementi e li si mettono insieme Cuba rischia di essere alla vigilia di una grossa crisi finanziaria,ossia rischia di arrivare alla fine dell'anno con le casse dello stato completamente vuote,il fatto di non pagare i fornitori esterni e di risparmiare negli ambiti della sfera pubblica in maniera cosi drastica non mi fa essere troppo ottimista sulle prospettive economiche dell'isola,e ahime non credo che l'aumento del numero dei turisti e le rimesse siano sufficienti a colmare il vuoto

Hai messo in evidenza alcuni dei problemi che pregiudicano (da molti anni) un cambiamento dell’ormai agonizzante situazione generale dell’Isla Grande. Vi sono comunque altre problematiche che continuano a bloccare questo cambiamento, vedi la sua economia di bassa produttività e competitività a livello internazionale, le importazioni che sono di gran lunga superiori delle esportazioni, con conseguente maggiore indebitamento del Gobierno, e quindi limitando la crescita a medio e lungo termine di un'economia ad oggi senza progresso tecnologico né crescita demografica. Altro problema è la mancanza di aumentare in modo considerevole gli investimenti esteri che il Gobierno elargisce con il contagocce (vedi ZEDM) e a “condizioni” e “vantaggi” che vanno in particolar modo in una unica direzione che è quella cubana, investimenti che sono prioritari a risollevare una economia ormai deficitaria e obsoleta in tutti i suoi settori.
Il problema principale da parte della nomenklatura cubana è il perseverare nella seguire l’ideologia del “sistema socialista” che da 60 anni non ha fatto altro che danni e che non ha portato e non porterà mai al popolo quei benefici che “loro” hanno sempre osannato con la “revoluciòn”, inoltre non vogliono certo lasciare ad altri i “privilegi” che “loro” una volta al potere hanno illegittimamente acquisito.
Concludo dicendo che l’economia cubana è un “fracaso total”, e a meno che non si cambi il modello (comunista) che la gestisce non si vedranno (purtroppo) ancora per un lungo periodo quei risultati tangibili e positivi che tutti ci auspichiamo per il benessere del popolo cubano.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 02/04/2018, 11:56

¿Son comparables los comunismos vietnamita y castrista?

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Me encanta la comparación naif que han realizado en Granma con motivo de la visita de un mandatario comunista de Vietnam a la isla. Han elegido unos datos concretos, en vez de otros y claro, como no podría ser, en el relato del periódico oficial, Cuba se encuentra por delante del país asiático en casi todo. La impresión que se obtiene al final de la lectura de este artículo es que Vietnam está mucho más atrasado, necesita de Cuba para todo y que en ambos países lo que llaman “socialismo” ha supuesto un éxito, como experiencia colectiva.

Lo cierto es que ese mensaje, en parte y por lo que respecta a Vietnam, tiene algo de razón. El país, devastado tras una larga y cruenta guerra, inició a partir de 1986 una rápida y eficiente transición, "doi moi", desde lo que había sido una economía de planificación central sin derechos de propiedad ni mercado (exactamente como la que rige actualmente en Cuba) a la modernización y la libertad económica. Y han tenido éxito. Porque de ser un país con un sector agrícola ineficiente e improductivo, similar al que tiene Cuba en la actualidad, se convirtió en una potencia exportadora de arroz para el sudeste asiático, donde este producto tiene una gran aceptación por los países densamente poblados. La clave: propiedad privada en la tierra, campesinos prósperos y eficientes.

No conformes con ocupar una posición de liderazgo en la agricultura exportadora, los vietnamitas apostaron en el proceso de libertad económica, que en Cuba nunca ha tenido lugar, por el desarrollo de una sólida base industrial y una economía de mercado similar a la del resto del mundo. Y la combinación de estas políticas ha llevado al país a experimentar una profunda transformación en sus niveles de renta, bienestar y prosperidad, de modo que ya se habla del “milagro vietnamita” como otro ejemplo más del éxito de la economía de mercado libre en Asia.

Gracias al acierto en las políticas económicas, entre 2016 y 2017 la economía de Vietnam alcanzó un ritmo de crecimiento medio del 6,7%, de los más elevados del mundo. Cierto es que Granma presenta este dato, que supone un sonrojo para los dirigentes de la economía cubana, empeñados en mostrar un crecimiento del 0,5% cuando posiblemente sea mucho menor. No obstante, algunos informes internacionales apuntan a que ese crecimiento tan intenso de Vietnam se puede ver comprometido por la aparición de problemas medio ambientales, en particular la salinización del suelo, que puede dañar la agricultura, y de otro lado, los bajos precios del petróleo en los mercados mundiales que impactan negativamente sobre este sector. Sin embargo, crecer por encima del 6% en estos momentos es un éxito, lo que refleja que la demanda interna del país empieza a ser tan potente como su orientación exportadora.

Algo que en Granma ni mencionan en la comparación entre los dos países es que Vietnam posee una población muy joven, dinámica, que no se plantea abandonar su país, porque cuenta con todas las oportunidades para desarrollar una vida próspera en la nación y lograr la ansiada movilidad social ascendente. El compromiso de los gobiernos vietnamitas con el crecimiento sostenible, inflación bajo control, moneda estable y un aporte muy destacado del capital extranjero, que en Vietnam no ha necesitado operaciones del estilo de Mariel o complicadas leyes inconstitucionales para atraer inversores, cierra un círculo virtuoso para el país en el que realmente se necesita una modernización de sus estructuras políticas y democráticas. Pero incluso en este asunto, la distancia de Vietnam con el sistema totalitario castrista es abismal.

Otra cuestión a la que Granma no presta atención, porque están más interesados en relacionar a Vietnam con Cuba en los términos ya descritos, es la apuesta que han hecho los gobiernos del país asiático por integrarse a nivel mundial en los aspectos económicos. No sólo reconociendo que la economía de mercado con derechos de propiedad es el mejor sistema para el funcionamiento de un país, lo que no dicen en Granma, sino en el plano concreto, integrándose en todos los organismos internacionales, a los que Cuba ataca y desdeña.

Por ejemplo, la Organización Mundial del Comercio dio la bienvenida a Vietnam en 2007 lo que facilitó la firma de numerosos acuerdos de cooperación para el libre comercio entre 2015-16, incluyendo el Acuerdo de Libre Comercio de Vietnam con la Unión Europea, que nada tiene que ver con lo que pretende hacer Moghierini con el régimen comunista de La Habana, el Acuerdo de libre comercio con Corea, y la participación de Vietnam en la Unión económica euroasiática para el libre comercio.

Para culminar este magnífico proceso de integración en el mundo libre, Vietnam presidió en 2017 la Conferencia Asia Pacífico, con sus prioridades básicas de crecimiento inclusivo, innovación, refuerzo de las pequeñas y medianas empresas, seguridad alimentaria y cambio climático. Una agenda que, para los dirigentes de La Habana, inmersos en operaciones baladiés como el ALBA, se encuentra prácticamente en sus antípodas. Aportando por diversificar oportunidades, Vietnam ha apostado por las relaciones multilaterales rompiendo así con el aislamiento comunista que en Cuba continúa siendo un eje fundamental de la acción de gobierno y para ello se integró en los Acuerdos para la integración transpacífica y en diversas operaciones regionales de patrocinio a la integración.

Una declaración de modernidad en las relaciones internacionales que, en Cuba, es impensable. No contentos con este éxito, el gobierno de Vietnam ha anunciado recientemente la adopción de medidas económicas para reforzar su trayectoria a medio plazo, medidas que apuntan a nuevas reformas en la línea de liberalización y modernización del sistema. Entre otras, se hablar de privatizar empresas estatales, incrementar la transparencia en los negocios, reducir el nivel de préstamos no operativos en el sistema financiero y aumentar la transparencia fiscal. La ratio de la deuda del estado en el PIB de Vietnam no supera el 65% un porcentaje que desde la perspectiva de los mercados de capitales internacionales, es muy atractivo.

Además, en 2016, Vietnam canceló su programa de desarrollo de energía nuclear para usos civiles, asumiendo la preocupación por la seguridad de la población y el alto coste de este programa, y orientó la inversión pública estatal en cooperación con consorcios internacionales hacia la modernización de las infraestructuras, sobre todo en la energía, que sigue estando alejada de las prioridades y necesidades de una clase media potente que se desea lograr en el país. El que piense que este relato tiene algo que ver con lo que está ocurriendo en Cuba desde 2006, que lo diga.

Al igual que Granma, voy a destacar una serie de datos comparativos de las economías de los dos países. No se sorprendan de las diferencias. Los datos vienen referidos a 2016, salvo que se indique lo contrario. Observen y saquen sus propias conclusiones.

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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 06/04/2018, 19:25

¿Por qué no funcionan los lineamientos? (Según Murillo)

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¿Sabemos a dónde vamos? ¿Sabemos a dónde queremos ir?

Buena parte de los asistentes a la reunión del pleno del comité central del Partido Comunista de Cuba, presidido por Raúl Castro, se debieron hacer estas mismas preguntas en varias ocasiones. En ese foro se dijo que existen serias dudas sobre la viabilidad de los cambios introducidos con la llamada “actualización del modelo económico y social cubano”, un proceso que se está convirtiendo en un auténtico quebradero de cabeza para todo el mundo. Tanto, que no me parecería extraño que algunos, sobre todo los que tienen un mayor sentido de futuro, piensen que lo mejor sería aprovechar la salida de Castro para dar un giro al timón de 180º. Ojalá fuera así, pero me temo que eso es muy difícil.


Esto es lo que se desprende de la nota informativa de Granma que se hace eco de este cónclave comunista dedicado a evaluar las políticas implementadas, no a criticarlas ni mucho menos cuestionarlas. Eso no es admisible, y mucho menos delante de Castro. En la economía democrática y libre, una cosa es evaluar, y existen técnicas solventes para realizar esta labor, pero lo más importante es cuestionar y debatir sobre los resultados de una evaluación. Que se pongan de manifiesto posiciones distintas, porque eso supone enriquecer el debate y el análisis de propuestas. Por desgracia en Cuba, ni lo uno ni lo otro es posible con el régimen actual.

Por eso, estos cónclaves se convierten en una sucesión de presentación de informes más o menos completos, en los que empieza Murillo y acaba Castro, o viceversa. El resto simplemente escucha y aplaude. Y nosotros, desde la prudente distancia, tratamos de identificar las claves que sustentan un fracaso detrás de otro en la gestión de los asuntos económicos.

Primero, se abordó el análisis de la implementación de las políticas públicas de los últimos tres años “para conocer a profundidad qué había salido bien, qué se debía rectificar y qué cuestiones obstaculizaban la implementación de las medidas”. El balance es comprometido y se atribuye a “la complejidad de las medidas y también a causa de errores en la planificación de los procesos y en su control”, así como las “limitaciones económicas y financieras que imposibilitaron el respaldo adecuado a un grupo de medidas que requerían inversiones”. Bien, una vez conocido el diagnóstico la pregunta es inevitable: ¿Cuándo llegan los ceses o las dimisiones?¿Cuándo las soluciones?

Después, Murillo lanzó un pequeño atisbo de por dónde podrían ir las exigencias de responsabilidades. Según su informe, y cito textualmente a Granma, “entre las causas y condiciones generales que influyeron en los resultados desfavorables se señaló que no siempre la Comisión de Implementación logró involucrar a los órganos, organismos, organizaciones y entidades para que desde la base fueran capaces de orientar, capacitar, apoyar, controlar y rendir cuentas de su gestión”. Murillo ha reconocido de forma expresa “resistencias, obstáculos, frenos” a las decisiones de Raúl Castro por parte del entramado institucional y burocrático de un régimen que obedece a ciegas las consignas de la cúpula. Inconcebible.

Luego hay otros factores derivados del anterior, como “la insuficiente integralidad, visión limitada sobre los niveles de riesgos e incompleta apreciación de los costos y beneficios, deficiente seguimiento y control de las políticas, varias de las cuales se fueron desviando de sus objetivos, sin una oportuna corrección”, fallos administrativos y burocráticos que vuelven a situar la responsabilidad del fracaso, según Murillo, en el nivel burocrático de la economía de planificación central y ausencia de derechos de propiedad y no en la esfera política.

En cualquier país democrático, ante un balance demoledor como el presentado por Murillo ante los dirigentes comunistas de Cuba, además del sonrojo por las críticas, deberían producirse ceses y dimisiones. Porque es evidente que “la actualización del modelo económico y social ha evidenciado ser un asunto de gran complejidad”, al que se le están poniendo más palos en las ruedas de lo que era de esperar.

Aquí solo caben dos interpretaciones de lo ocurrido. O los cambios introducidos están mal diseñados ex profesor o a medio camino, para impedir a los gestores públicos innovar y modernizar el funcionamiento de la economía de acuerdo con las directrices de la cúpula, o por el contrario, los gestores de la economía actúan una resistencia a las medidas de reforma para no poner en peligro su “zona de confort” y mantener las viejas estructuras del régimen que la dirigencia política trata de modernizar.

Cualquiera de las dos visiones sirve. Porque la conclusión es que el resultado del proceso es negativo y se han perdido cinco años fundamentales para mejorar el nivel de vida de los cubanos. Ni los dirigentes políticos son más proclives a los cambios que la burocracia y el aparato administrativo que controla los activos del país. Ni tampoco el monstruo burocrático acabará devorándolos por no ser capaces de dar ese giro al timón de 180º. Unos y otros lo saben. De ahí esas críticas en el cónclave comunista, en el único foro en que pueden causar algún daño. Y más aún, delante de Castro.

Son muchas las incógnitas ¿son estos burócratas que frenan los cambios económicos de los llamados lineamientos tan poderosos como realmente se desprende del informe de Murillo? ¿serán acaso los que se quedarán al frente de la dirección del país cuando el último Castro deje el poder dentro de unos días? Entonces, ¿a quién obedece esta casta comunista reaccionaria? ¿O tal vez los dirigentes políticos no han hecho lo suficiente para liberalizar la economía cubana, y todo son actuaciones de maquillaje que impiden a los gestores realizar su trabajo? Quédense con lo que quieran.

En todo caso, se trata de cuestiones inquietantes, que se desprenden del informe de Murillo, que acabó señalando que “en la actualidad se revisan todos los procesos y entre las prioridades están el ordenamiento monetario, en particular los estudios sobre la unificación monetaria y cambiaria; la elaboración del Plan Nacional de Desarrollo Económico y Social hasta el 2030; así como el examen integral y el perfeccionamiento de las medidas que lo requieran, con las correspondientes propuestas”. Vamos, más o menos, lo mismo que decía el año pasado y el anterior y el anterior. Los cambios necesarios van para largo.

Y después de ofrecer algunos “datos sobre empleo por cuenta propia, cultura tributaria en el país, deficiente empleo de la contabilidad como herramienta, o las dificultades en la comunicación de las políticas, que no permiten una comprensión a fondo por la población de estos difíciles temas y generaron malas interpretaciones debido a vacíos informativos”, el cónclave comunista acabó como suele acabar, aprobando todos los informes y acciones propuestas, sin que se alzase una voz crítica.

Después Raúl Castro, a modo de despedida, realizó un pequeño discurso en el que afirmó, que “a pesar de los errores e insuficiencias reconocidas en este Pleno, la situación es más favorable que hace algunos años”. La verdad es que no esto no es cierto, y que la economía del país se encuentra en la peor situación desde 2016 cuando se perdió el apoyo del petróleo chavista a la vez que se incumplían todos los planes de captación de inversiones, turismo y remesas.

Y acabó como era previsible pidiendo a “los comunistas enfrentar los problemas sin titubear”, olvidándose que en Cuba existen otros muchos que no forman parte de esa ideología que podrían ayudar y mucho a la reconstrucción económica y social del país. Apostó una vez más por lo que no se tiene que hacer “planificar mejor para poner los recursos donde verdaderamente se necesitan y no esperar a que las soluciones lleguen de arriba, sino aportar ideas creadoras y racionales”, y volvió a reclamar ahorro a una sociedad que vive al día sin poder adquisitivo ni capacidad financiera alguna para un futuro en el que nadie cree ya, y en la que Castro ve una “mentalidad derrochadora”.

Un discurso repetitivo, que aporta muy poco, casi siempre referido a los hechos del pasado, como “el Periodo Especial en la década del noventa, cuando el país atravesaba una situación extrema” pero en el que hemos observado una novedad importante: ni una sola referencia al embargo o bloqueo de EEUU como responsable de los “obstáculos y ante los nuevos retos” que se tienen que afrontar “sin un atisbo de pesimismo y con total confianza en el futuro”.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 13/04/2018, 20:52

Ni almohadillas higiénicas son capaces de producir

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¿Se imagina una consumidora española, italiana o china encontrarse con un problema de falta de almohadillas sanitarias al ir a comprar al mercado? En Cuba, no se lo tienen que imaginar. Saben perfectamente que ocurre, y, además, con bastante frecuencia. Un ejemplo más del desempeño desastroso de una economía incapaz de atender las necesidades básicas de los consumidores, y que por no se sabe bien qué motivo, utiliza al diario oficial del régimen para dar explicaciones de lo que no admite justificación alguna: la ausencia de productos en los supermercados, en este caso, básicos para la higiene.

La información ha sido publicada en Granma, en su edición de 4 abril. Al parecer, la Empresa de Materiales Higiénico-Sanitarios (Mathisa), estatal y bajo control comunista, como no podría ser de otro modo, informó que ante la ausencia de sus productos en los comercios por dificultades de financiamiento, y la fabricación de almohadillas sanitarias, que es su cometido, volverá a comenzar de nuevo, y por tanto los productos llegarán a las consumidoras, cuando arriben las materias primas.

Retrasos en la adquisición de materias primas provocados por “dificultades de financiamiento”. La pregunta es ¿cuántos años lleva funcionando esta empresa estatal castrista haciendo lo mismo? Sin duda, muchos, dado el control que existe del mercado interno. Pues bien, errores de este tipo, fracasos en la prestación del servicio a los consumidores, tienen un coste que, en general, suele ser elevado. Los clientes rechazan a aquellas empresas que no son capaces de prestar un servicio continuado. Los distribuidores, en cualquier economía normal, rompen sus acuerdos con los productores que son incapaces de cumplir con los plazos de entrega y vacían las cadenas de suministro. En Cuba, donde todo está en manos del mismo dueño, el único perjudicado es el consumidor final; los demás, ni se ven afectados. Y todo ello porque el productor, el vendedor, el distribuidor o el transportista, es el mismo paquidermo ineficiente: el estado. Y así van las cosas durante casi 60 años. Y lo que es peor, poco aire fresco entra en este cajón cerrado, salvo esa empresa vietnamita que dice que se va a establecer en el Mariel. Ya veremos.

La empresa de las almohadillas ha justificado la rotura del suministro por problemas financieros. Ya lo advertíamos hace algunos meses. El momento del relevo de Raúl Castro al frente del régimen va a coincidir con un escenario económico especialmente complicado. Básicamente porque nadie en Cuba ha reconocido la necesidad de adoptar medidas económicas que dejen atrás el sistema imperante en favor de una economía de mercado libre, que es lo que funciona bien en el resto del mundo. A las cosas hay que llamarlas por su nombre y dejarse de falsos remilgos ideológicos. Con una economía en funcionamiento de estas características, lastrada por un asfixiante nivel de endeudamiento y una baja, bajísima productividad, no resulta extraño que las mujeres se encuentren con escasez de almohadillas, da igual, con escasez de cualquier producto.

Por el contrario, en una economía dirigida por las demandas y necesidades de los consumidores, con absoluta libertad de empresa, no se podría justificar la rotura de la producción por problemas en la importación de ocho de las diez materias primas necesarias para la confección de las susodichas almohadillas sanitarias. Por mucho que resulte difícil que hubieran problemas financieros, lo que está fuera de toda duda es que los gestores de compras de las empresas privadas realizan una planificación anual cuidadosa y estratégica para contar con el apoyo de los proveedores, de modo que no se retrasen los suministros. Es la clave del por qué en una economía de mercado hay pan fresco y recién hecho todos los días por la mañana. No es gracias a un benevolente planificador que controla todas las panaderías, sino de otra cosa muy distinta a la que rige en el funcionamiento de las empresas estatales cubanas como esta que produce almohadillas.

De nada sirven las explicaciones de la directora general de la entidad a Granma. En una economía de mercado su cargo habría sido puesto a disposición de un consejo de administración interesado en que la empresa funcione correctamente y de servicio de calidad a los clientes. La cuestión es que en Cuba sería muy injusto obligar a dimitir de su cargo a esta señora directiva porque buena parte del fracaso de su gestión tiene una explicación en la orientación ideológica del sistema en que le toca funcionar. El drama no puede ser mayor.

Viendo estos ejemplos relativos al pésimo funcionamiento de la economía cubana, que ya ni siquiera es capaz de producir almohadillas higiénicas de forma continua, se podría pensar con afán derrotista que el sistema no tiene solución. Falso. La solución es un giro de 180º en la dirección de los asuntos económicos hacia la libertad y la propiedad privada. Soluciones como las que se anuncian en Granma, del estilo de suministrar la reserva para paliar la escasez, o dedicar más horas a producir para corregir los déficits y adelantar entregas que ya deberían haberse producido, lo que consiguen es tensar más la cuerda y dejar un terreno mal abonado para la dirección empresarial eficiente. El problema es de fondo, estructural, ideológico y de concepto. Y créanme, no se va a arreglar con la llegada de esa empresa vietnamita al Mariel. Eso solo será un remiendo. De los muchos que se han aplicado en los últimos años y que nos han llevado a la situación actual.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 17/04/2018, 19:53

¿Tiene futuro la actividad bancaria en Cuba?

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En Granma se preguntan por qué sigue siendo limitada la relación con las instituciones bancarias en Cuba. Buena pregunta. La respuesta es clara: no existe confianza. Nadie que esté en condiciones de asumir la petición de un crédito puede confiar en bancos que son oficinas del estado, prolongación de los procesos de control a la población, e informantes al partido y los órganos de dirección de cualquier indicio de acumulación de riqueza. Algo que en Cuba, conviene recordar, sigue estando proscrito.

El artículo de Granma da para mucho. Plantea situaciones traumáticas para la operatoria crediticia en Cuba, que sin embargo, son absolutamente normales en cualquier país del mundo. Desde los avalistas que ven como su compromiso con alguien se viene abajo por el quebranto de la operación, a los que asumen un crédito sin saber muy bien en qué consiste, básicamente porque en el régimen castrista, por desgracia, se abolió desde los primeros tiempos de la llamada revolución cualquier vestigio de la cultura financiera de los cubanos. Y hoy, 60 años después, no sólo existe desconfianza, temor y miedo hacia lo que se denomina banca en Cuba, sino que tampoco se tiene una idea, siquiera aproximada, de cómo funciona esta actividad.

Por lo tanto, no plantea problema alguno coincidir con la tesis de Granma relativa a “la ausencia de una cultura financiera y crediticia en la población”. El único responsable de que esa cultura financiera no exista en Cuba es la ideología del régimen que la gobierna, que no ha hecho gran cosa para mejorar ese conocimiento. Y por las informaciones que recibimos de la isla todos los días, sigue siendo poco proclive a ello.

Hay algo de ingenuidad en la información que proporciona Granma. Se piensa que la política de créditos en Cuba, entendida como una “voluntad del Estado” en la política denominada “lineamientos”, tropieza con dificultades para lograr sus objetivos de llegar a los trabajadores por cuenta propia, al constatar el limitado acceso a los préstamos.

Pero ¿qué quieren? ¿De de verdad se cree alguien en el régimen castrista que el crédito y la financiación dependen de la graciosa “voluntad del estado”? Cualquier manual de introducción a la economía les dirá que no. Que el estado está para otras cosas y que en cualquier caso, una política monetaria expansiva, dependiente del Banco Central autónomo, en vez de beneficiar el desarrollo de un país, en ocasiones lo obstaculiza, cuando aparece el resultado de la inflación.

El crédito aumenta en una economía cuando existen perspectivas razonables de negocio entre los agentes económicos, cuando lo que se espera obtener en el futuro supera con creces el valor actual del coste de los préstamos. Para ello, tiene que existir dinamismo económico, capacidad de endeudamiento y sobre todo, ahorro de los privados y del estado, porque la banca no puede actuar solo con dinero del gobierno. Y en Cuba, por desgracia, nada de ello existe.

¿Qué proyectos de futuro tienen los emprendedores cubanos, los pequeños cuenta propistas, salvo sobrevivir a la presión fiscal asfixiante y la labor represora de la gama de inspectores y controladores que vigilan sus negocios?

¿Cuánto ahorro interno privado existe en un país en el que, por desgracia, la confianza de la gente en los bancos, como he señalado antes, es muy limitada? Una confianza que obedece a las numerosas confiscaciones y expropiaciones de depósitos de valor realizadas por el régimen desde 1959.

La falta de cultura financiera, a la vista de estos factores, es solo una anécdota. Y por muchos recursos que el régimen dedique a esta actividad, los resultados no pueden mejorar si no se liberalizan plenamente las fuerzas productivas de la economía.

Si no se introducen cambios reales en las políticas económicas de Cuba, acercando las mismas a las que existen en otros países, y la monetaria y crediticia es un buen ejemplo, nada se podrá hacer. Ahí están esos porcentajes lamentables de apenas un 6% de los trabajadores por cuenta propia que recurren a créditos, o un 1,4% de las nuevas cooperativas no agropecuarias, citando datos ofrecidos por Granma. Es decir, la actividad económica privada, la única que puede sacar adelante el país, vive de espaldas al sistema financiero. Háganselo ver.

No veo futuro a la banca sin reformas en el sistema jurídico de derechos de propiedad que restaure la propiedad privada como centro de la actividad económica productiva, y sitúe al gobierno en el papel subsidiario que se le confiere en todos los países no comunistas. Hay que restaurar la libre empresa privada como centro del sistema económico y privatizar todo el capital improductivo que actualmente se encuentra en manos del estado, yendo más allá de las entregas de tierras o los alquileres. Se necesita fomentar el ahorro privado, pero para ello se requiere que los cubanos puedan dedicar una parte de sus míseros salarios nominales a esta actividad. Y hay que fomentar el ahorro público, porque no es admisible que un estado que es propietario del 85% de los activos del sistema cierre todos los años su presupuesto con abultados déficits en gasto corriente y improductivo.

Esa es la verdadera disciplina de la que tantas veces habla Raúl Castro y que sus “lineamientos” no han sido capaces de conseguir. Sin una orientación estratégica definida por estas coordenadas, los resultados de la banca, como ahora, serán deficientes en el futuro. Y lo peor es que nadie está haciendo nada para arreglarlo.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 22/04/2018, 12:20

El legado económico del sucesor de Raúl Castro

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Ante los acontecimientos que se están produciendo en Cuba, dedico este post del blog a lo que considero fundamental para empezar a cambiar la economía de la nación. La causa por la recuperación de de las libertades cívicas, los derechos humanos y la democracia sigue siendo una prioridad absoluta, pero la economía es el desafío más importante que deja Raúl Castro a su sucesor.

Los llamados “lineamientos”, incorrectos en su planteamiento y mal implementados, no han servido para dinamizar la economía. En buena medida, porque ese no era su objetivo. Raúl Castro solo quería ganar tiempo, lo mismo que su hermano, creando falsas expectativas de mejora económica. Lo que más desean los cubanos.

El vacío oficial de estadísticas e indicadores sobre el estado de la economía nos lleva a pensar que la situación es mucho peor de lo que se cree. El régimen castrista durante los últimos 60 se ha especializado en esconder todo aquello que le podía suponer problemas, con un férreo control de la información pública, convertida en propaganda demagógica para culpar a los demás de sus fracasos.


Este modo de proceder tiene un tiempo limitado. Y después del espectáculo lamentable de las turbas del régimen en la Cumbre de Lima, nadie se cree que en Cuba puedan producirse cambios a partir del día después. Todo lo contrario. El régimen reforzará sus posiciones de control impidiendo cualquier salida a la democracia y las libertades. La hegemonía de la oficialidad castrista desde el partido, el ejército y la seguridad del estado tendrá que atravesar tiempos difíciles, sin los apoyos del socialismo del siglo XXI.

Raúl Castro se despide del poder, o así trata de hacer ver a todo el mundo con este espectáculo, pero lo único que le interesa es conservar intacto el sistema económico de planificación central en el que los activos son propiedad del estado, y que penaliza la acumulación de riqueza, prohibiendo el funcionamiento de la economía de mercado y la libre empresa. Lo contrario sería ir contra la herencia de su hermano, al que ahora se pretende situar en el limbo de los dioses.

Las reformas limitadas, lanzadas por Raúl Castro, han conducido a la economía a un escenario macroeconómico de notables desequilibrios internos y externos, en presencia de dualidad monetaria, bajos salarios y productividad y un desempleo encubierto que apunta a altos niveles de pobreza en la población, como consecuencia de la reducción programada de los llamados gastos sociales en los “logros de la revolución”, que según cifras oficiales se han reducido en un 8% desde 2008, puede que más. El sucesor hereda el peor escenario posible.

El alarmante agujero en las cuentas externas pudo controlarse en un primer momento gracias a los generosos envíos de petróleo chavista y la condonación graciosa de deudas por el Club de París, pero cuando a partir de 2016 esos flujos entraron en crisis, apareció el cruel rostro de la baja competitividad de la economía, obligando a una reducción global de 15.000 millones de dólares en las importaciones, lo que ha vuelto a crear situaciones de escasez de alimentos, vestido, calzado y equipamientos industriales, por no decir, de todo. De eso es lo que se quejan los cubanos, según el último estudio del Observatorio Cubano de Derechos Humanos.

El turismo, a pesar de su aumento, no acaba de despegar como sector económico promisorio, y el régimen ha descubierto, al parecer con sorpresa, que intentar obtener ingresos, cuando lo permiten los tour operadores, exige liberalizar más aún la oferta privada, que sigue estando bajo control. De las condonaciones generosas de deuda por impago ya nadie se acuerda. De la inversión extranjera, tampoco. Ahí están los pocos proyectos que se han interesado en el Mariel, agobiados por una burocracia ineficiente, que hace que esté muy lejos de funcionar como una Zona Especial de Desarrollo, lo que estaba en los planes originales de Odebrecht.

Como consecuencia de estos tiras y afloja, los cubanos han observado el peor rostro de la economía de mercado, con un aumento sin precedentes de los niveles de desigualdad social, con una gran frustración en amplios sectores de la población que, amparándose en la mayor facilidad para salir al exterior, han emprendido la huida. Intentando evitar episodios conocidos del pasado como Camarioca, El Mariel o Gunatánamo, Raúl Castro, de forma absolutamente imprudente e interesada a la vez, abrió parcialmente las puertas a los cubanos para que salgan al exterior, lo que deja al país sin población joven, la única que puede contribuir al crecimiento a medio y largo plazo.

Y en medio de este complicado escenario para el final de una larga dinastía, los informes que llegan de Cuba insisten en el ajuste duro al que se está sometiendo a las empresas estatales, paralizadas por la falta de insumos, de equipamientos e incluso de energía, dada la prioridad que se ha establecido para la población. En los últimos años, el ajuste silencioso del sector estatal había llevado a la reducción de un número elevado de entidades, según los informes de la ONEI. El ajuste se ha endurecido durante 2018 y es de suponer que continúe.

La destrucción de capital productivo que supone este ajuste duro ya no parece preocupar a Raúl Castro. En vez de asumir el fracaso histórico de las nacionalizaciones y proceder a una privatización progresiva de los activos en manos del estado, el último de los Castro está empeñado en que su heredero tenga que labrarse el porvenir desde la nada. De ese modo, el legado solo contiene deudas acumuladas, pero no las fuentes para obtener ingresos. Complicada situación.

El sucesor tendrá que emplearse a fondo en la reforma de las empresas estatales para convertirlas en entidades movidas por la óptica de la eficiencia, rentabilidad, la innovación y la creación de empleo y riqueza. Es una tarea fundamental que se debería haber puesto en marcha hace décadas. Fidel Castro odiaba cualquier mención a este tipo de cosas. Raúl convenció a muchos de unas intenciones cuando lanzó el fracasado “perfeccionamiento empresarial”, pero poco o nada ha hecho al respecto.

La economía de Cuba no tiene futuro porque la mayor parte del déficit del estado se tiene que canalizar a subvencionar a empresas estatales improductivas, Los que piensen que la unificación monetaria podría ayudar, se equivocan, porque lo que se necesita es impulsar, antes, una privatización profunda del tejido empresarial, devolviendo la propiedad privada de los medios de producción a los cubanos, y apartándola del estado comunista. No es una separación de funciones como la que ya existe, sino el retorno a un marco jurídico estable de derechos de propiedad privada como los que había antes de 1959. El reconocimiento del fracaso absoluto de 60 años de régimen comunista.

Más o menos lo mismo que hicieron chinos o vietnamitas, o europeos del Este y rusos mucho antes. La fórmula de devolución de la propiedad privada a los cubanos no es compleja, y existen experiencias y buenas prácticas en antiguos países comunistas que se pueden implementar en Cuba. Si los comunistas aceleraron las confiscaciones del capital productivo con las ominosas leyes publicadas entre 1959 y 1961, de infausto recuerdo, la devolución a los agentes privados debe seguir un proceso igualmente rápido y tenaz.

El sucesor de Raúl Castro tiene aquí un papel importante a jugar. Sin embargo, vigilado de cerca por los reaccionarios dirigentes comunistas y los poderes monopólicos pertenecientes a la seguridad del estado y del ejército, interesados en mantener sus cuotas de poder, los márgenes de actuación serán limitados. Se tiene que despojar de un caparazón ideológico de mediados del siglo pasado, que ya no sirve para funcionar y competir en la globalización. Hacerlo será difícil, pero es posible. Si se pone a ello, no me cabe la menor duda que tendrá el apoyo de muchos cubanos y sobre todo, el internacional de su lado. Y eso, aunque parezca que no, puede ser muy importante para Cuba.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 29/04/2018, 13:55

Díaz Canel y el turismo en Cuba

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Ya empieza mal el año. La llegada de turistas a Cuba en el primer trimestre se desploma y registra un descenso del 7% respecto al mismo período de 2017. El dato es preocupante porque coincide con la etapa de mayor actividad en el Caribe, que coincide con los fríos invernales en el norte que provocan los viajes hacia esas zonas más cálidas del planeta.

Además, al parecer este dato ha sido una sorpresa. No estaba “planificado”. Tanto es así que en el sitio Cubadebate tuvieron que hacer referencia a una “nota rectificada”, al tiempo que las autoridades del sector se apresuraron a declarar que se espera para finales de mayo próximo el registro de 2 millones de viajeros extranjeros recibidos en la isla. Si, pero con el 7% menos en el primer trimestre.

En varias ocasiones he señalado en este blog que la política turística del régimen castrista no está bien enfocada. Que esa apuesta por cifras en aumento lejos de ser inteligente, crea problemas cada vez que, como en este primer trimestre, los datos se desploman. Llenar los hoteles gestionados por las empresas españolas, intentando acoger a 5 millones de visitantes en 2018, es un despropósito que se tiene que analizar con detalle y repensar en términos estratégicos, antes que sea demasiado tarde y se eche a la basura el extraordinario potencial turístico que tiene la Isla.

En Granma han culpado de los malos resultados de la campaña a “presiones externas y campañas de difamación” procedentes de EEUU, pero también de su primer mercado emisor, Canadá, con los mismos problemas con sus diplomáticos en La Habana. También los voceros del régimen han utilizado el argumento de la “seguridad y estabilidad” que es prioritario para el turismo. E incluso, algún medio oficial sigue culpando a “los efectos devastadores que causó el huracán Irma a su paso por la isla en septiembre pasado”, es decir, casi 7 meses después se afirma “que en la decisión de muchos viajeros influye la percepción de los destrozos provocados por el fenómeno meteorológico, pero el destino se recuperó y exhibe ahora una imagen renovada en sus instalaciones hoteleras y recreativas, en particular en la cayería norte”. ¿En qué quedamos?

Lo cierto es que el turismo mundial mantiene unos crecimientos cercanos al 8% según la Organización Mundial del Turismo, además concentrado en los países emergentes, y Cuba se hunde un 7% menos, justo en un momento de auge de esta actividad. La última reunión de FITUR en Madrid fue claramente optimista en cuanto a las previsiones del presente ejercicio cuando Cuba recibió un insólito premio Excelencia.

No es extraño que aumente la preocupación entre los dirigentes castristas por estos resultados. Díaz Canel tiene una oportunidad para mover el banquillo y las ideas en un sector fundamental para que el país obtenga divisas con las que afrontar los urgentes pagos por las deudas.

Ahora que se acerca la XXXVIII edición de la Feria Internacional de Turismo de Cuba, que se va a celebrar del 2 al 5 de mayo en Cayo Santa María, en vez de La Habana puede ser un buen momento, para dar un giro del timón de un equipo que debería pasar para dejar el testigo a otro, y ver si con ello se mejora el sector en Cuba.

Por muchos asistentes que vengan a estas ferias, lo que realmente le tiene que interesar a Díaz Canel es que visiten la isla turistas con alto poder de compra que dejen la mayor parte del gasto en el territorio. Esa es la clave para la rentabilidad de un producto turístico que sigue desenfocado y lejos de los estándares de competitividad del Caribe, donde otros destinos han tenido un mejor inicio del año.

Llenar los hoteles no lo es todo. Consolidar una oferta turística privada independiente y competitiva, si que es una buena idea. Atraer a los cubanos residentes en EEUU, que ya se han convertido en el segundo mercado detrás de Canadá, se puede conseguir, pero con otro tipo de planteamientos, distintos de los actuales. En suma, mucho hay que hacer, y poco el tiempo que queda. Díaz Canel debería tomar el control del turismo, antes que sea muy tarde.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 06/05/2018, 12:01

Más experimentos en la economía: ahora con el dinero de plástico

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La operatoria del sistema bancario estatal en Cuba es tan primitiva que se les ha ocurrido aplicar descuentos en las compras en determinados establecimientos, con las escasas tarjetas que circulan por el país. Vaya por delante que esta medida se puede aplicar cuando todo pertenece al mismo dueño, el estado. Y aquí entran las categorías de los bancos, los establecimientos donde se realizan las compras y cómo no, la procedencia de los ingresos obtenidos. Al pertenecer todo el circuito mercantil al estado, el se lo guisa y se lo come solo. Las consecuencias de todo esto, ya se verán.

La idea de los responsables de los bancos implicados en la operación, Banco de Crédito y Comercio (BANDEC), Banco Popular de Ahorro (BPA) y Banco Metropolitano (BANMET), insisto que todos ellos propiedad del estado comunista, es incentivar el uso de tarjetas magnéticas como un medio de pago seguro y eficiente. Para ello, la ocurrencia es aplicar aplicar una bonificación o descuento entre el 2% y el 5%, a los pagos que se realicen por los clientes con sus tarjetas magnéticas a través de la red de terminales de postventa. Servicio que no estará disponible en todos los establecimientos comerciales del país, sino solamente en las cadenas Caribe, Cimex, Palco, y en un cierto tiempo, en los puntos de Etecsa y pagos de otros servicios, sin precisar cuáles.Todas ellas, lógicamente, del estado.

Si lo que se pretende con este experimento es aumentar el número de tarjetas magnéticas asociadas al pago de salarios y estímulos, pensiones de los jubilados y las cuentas de ahorro, tanto en pesos cubanos como convertibles, es decir, incrementar el dinero de plástico, la medida no es correcta. Lo que realmente respalda el interés de un consumidor por contar con una tarjeta no se determina únicamente por el descuento que puede obtener al comprar, sino que existen muchos aspectos a considerar. La doctrina castrista basada en la idea que toda la economía funciona como el burro que se dirige a comer la zanahoria, es incorrecta del todo. Los incentivos no se comportan de esa forma.

Superar la bajísima cifra de tarjetas en circulación en Cuba, 4.116.038, que todavía no alcanza al total de los 11 millones de habitantes (en España, por ejemplo, hay más de 4 tarjetas y media por habitante, por citar un ejemplo, más de 200 millones de tarjetas) requiere atender a otras muchas cosas. Para empezar, mejorar la capacidad adquisitiva. Cuando se gana poco más de 20 dólares al mes de pensión, la posibilidad de comprar algún producto en las cadenas Caribe, Cimex, Palco, que participan en esta operación, solo es accesible si se recibe una remesa del extranjero y se deposita en una cuenta previamente abierta por el pensionista. Y aquí viene la segunda parte. ¿Cuántos cubanos tienen y operan con cuentas corrientes? Este dato no suele ser difundido en las estadísticas oficiales del régimen comunista, porque la realidad cierta es que los cubanos desconfían de los bancos, y hacen bien, porque la experiencia desde 1959 con este tipo de entidades dominadas por el estado, deja mucho que desear.

Si lo que se pretende es desarrollar la informatización de la sociedad, el otro aspecto a tener en cuenta es que allí donde los cubanos realizan la mayor parte de sus compras diarias, en las tiendas estatales en los mercados agropecuarios estatales, los terminales de puntos de venta son inexistentes. Todo se paga en numerario efectivo. Por eso es que en Cuba las tasas de crecimiento de la cantidad de dinero en circulación cada año se sitúan en dos dígitos, porque la máquina de crear papel no deja de dar vueltas para emitir un papel moneda cuyo valor, tanto del CUP como del CUC es artificial y no responde a la realidad del mercado.

¿Para qué usan los pocos cubanos que tienen tarjetas, el dinero de plástico? El dato lo dan los funcionarios del régimen. En 2017 el 90% de los movimientos de saldos en cuentas asociadas a tarjetas magnéticas (es decir prácticamente todo) consistió en extracciones de dinero en efectivo en los cajeros automáticos o en ventanillas de los bancos, para realizar después pagos en moneda para adquirir los bienes y servicios que precisan. Y añaden las autoridades, junto lo contrario que persigue el objetivo de la banca electrónica.

Es posible culpar a los cubanos de una falta de cultura financiera y bancaria al operar de este modo. En absoluto, conozco casos concretos de compatriotas que llegan a España o a Hialeah y que al día siguiente de obtener la primera nómina en sus nuevos empleos muestran con orgullo las tarjetas de débito y de crédito que obtienen en las distintas entidades financieras privadas con las que operan. Compran de todo, además en cualquier sitio, y además pagan sin descuentos. Y tan felices.

El problema de que todo este nuevo experimento no funcione y salga mal está en la realidad económica del régimen castrista que es un paquidermo del pasado siglo incapaz de modernizarse. Y si las autoridades del régimen se empeñan en conseguir los objetivos de incrementar el uso del dinero de plástico en Cuba aplicando más descuentos, como han señalado, las cuentas de resultados de los bancos acusarán el golpe, pero además, el problema lo van a trasladar a los establecimientos comerciales que participan en la operación, porque muchos clientes que pagan en efectivo sus compras, y no lo van a hacer con tarjeta por desconfianza, no van a considerar una actuación correcta que a ellos no se les aplique también el descuento. Y ahora que a los comunistas cubanos les ha dado por “proteger a los consumidores”, no me extraña que se caiga alguna queja. Yo lo haría.

El drama de todo esto es que las decisiones que se toman en la economía cubana siguen siendo desafortunadas e incorrectas. El dirigismo con el que se pretende ejercer influencia en el comportamiento de los agentes económicos, no sirve. La realidad es tozuda y eso lo deberían entender. La planificación central y la intervención de la economía son actuaciones contrarias a la razón humana, que ni chinos ni vietnamitas practican y que a este paso, Corea del Norte va a dejar también muy pronto, atrás.

Los castristas siguen empeñados en dirigir, planificar, controlar e intervenir, y así les va. La cifra es patética. En toda Cuba dicen que funcionan 936 cajeros automáticos que operan en 69 localidades, es decir, 8 equipos cada 100 mil habitantes (en España, tras la reconversión bancaria, todavía hay más de 150 equipos por 100 mil habitantes, hubo muchos más). La realidad es bien distinta no se empeñen en no querer verla.
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Re: CUBA Y LA ECONOMÍA CASTRISTA

Messaggioda Guajiro. » 06/06/2018, 21:25

Corrupción y ejército que produce menaje de cocina: al consejo de ministros

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El consejo de ministros del martes pasado, además de valorar la “información coyuntural” de la economía hasta abril y dedicarse a esbozar las líneas del plan económico de 2019, abordó el escabroso asunto de “la corrupción administrativa en el país, nocivo fenómeno que afecta la economía nacional, con el consiguiente daño moral”.

Díaz-Canel dijo que “el enemigo principal de la revolución es, precisamente, la corrupción”, y añadió que “no podemos convivir con ese fenómeno, porque es expresión de deterioro de valores, de tolerancia e impunidad” ¿En qué quedó el hombre nuevo? Es evidente que la corrupción en Cuba ha alcanzado una dimensión que escapa al control comunista y por las declaraciones que hacen las autoridades ya no solo preocupa, causa alarma. Los dirigentes comunistas temen que la corrupción, en la medida que se perciba por la sociedad, pueda llevar a un cambio abrupto de sistema político. La cuestión es si esa corrupción, que parece arraigada y que se pretende borrar de un plumazo, es un fenómeno espontáneo y del azar, o hunde sus raíces en el modelo económico del régimen. Nos inclinamos por esta segunda opción. Y de hecho, el asunto, tratado en el consejo de ministros, ha dado algunas pistas para ello.

En Cuba, esta función de guerra abierta contra la corrupción ha sido encargada a la Contralora General de la República, Gladys Bejerano, que instalada cómodamente en el consejo de ministros, hace y deshace a su libre albedrío, denunciando aquellos casos más o menos lesivos en materia de corrupción que se detectan por su ejército de inspectores. En esta ocasión, la señora Bejarano “informó que en los casos analizados se ratificó que su origen radica en las fallas de la conducta de las personas y en las fisuras de los sistemas de control”. Una vez más, el fantasma del “hombre nuevo” que no llegó a nacer.

Por un lado, se destacó “el insuficiente rigor en la selección de los cuadros y en la observación estricta sobre la conducta política y social de directivos, ejecutivos y funcionarios, así como que no se hacen análisis oportunos de los estados de opinión y planteamientos de los trabajadores al respecto”. Interesante aportación. Viene a confirmar algo que ya se sabía. La meritocracia comunista en Cuba está más en función de la vinculación con el régimen o la cúpula del gobierno que con la competencia directiva o la cualificación. Asunto importante porque una economía necesita para funcionar que la gente desempeñe sus funciones con el máximo rigor y profesionalidad.

No hace mucho tiempo, un empresario interesado en operar en el Mariel me habló del perfil de los candidatos que le había suministrado la agencia de colocación del régimen encargada de seleccionar trabajadores para las empresas de la zona franca. Precisaba, básicamente, mozos de almacén con conocimiento para trabajar con grúas y elevadores, pero la agencia envió titulados universitarios en geografía, antropología e historia universal, sin experiencia laboral previa. Investigó y pudo comprobar que la mayoría eran familiares de dirigentes políticos de los pueblos cercanos.

Es bueno que la Contralora destaque el “insuficiente rigor en la selección de los cuadros, ejecutivos y funcionarios” y que este asunto se lleve a un consejo de ministros. El régimen es el responsable directo de la corrupción, al mantener esas normas de selección inadecuadas, que han detectado como el principal foco, además del cumplimiento de la conducta política y social de los directivos. Ya tienen por dónde empezar. Cambien los procesos de selección y logren que los mejores pasen a ocupar los puestos de relevancia. Empiecen a todos los niveles. No se olviden de la cúpula dirigente. No será la solución mágica a los problemas de la economía pero puede ayudar y mucho si se corrige el modelo actual.

Igualmente, el consejo de ministros de Díaz-Canel analizó lo que llaman “las potencialidades de la Unión de Industria Militar, creada en el año 1988”, valorando la respuesta que puede ofrecer a muchas de las necesidades que presenta la economía nacional.

Cuando la mayor parte de los países del mundo rechazan el auge y predominio de la industria militar, y exigen a sus gobiernos democráticos la reducción de los presupuestos de defensa y la lucha activa contra el comercio internacional de armamentos, en Cuba nadan en la dirección contraria. No saben qué hacer con el complejo armamentista militar ideado desde los primeros tiempos de la llamada revolución, y lo que es peor, ahora quieren potenciarlo. Y si el propio Fidel Castro acabó destruyendo a comienzos de siglo XXI el sector el azúcar (este año Cuba ha tenido que importar azúcar), esa misma acción para reducir el tamaño de la industria militar ni está ni se la espera. Más bien todo lo contrario porque el director de la Unión de Industria Militar explicó en el consejo de ministros “el desarrollo de este complejo industrial que tiene como misión fundamental responder por los procesos de reparación, fabricación, modernización y desarrollo de la técnica militar, así como aportar a la economía del país”.

El tema es de enjundia. Ya me dirán ustedes qué hace el ejército de un país fabricando “partes, piezas y agregados para el transporte automotor, la reparación y modernización de máquinas herramientas, la producción de varios tipos y surtidos de envases y embalajes de plástico, luminarias con tecnología LED y cubiertas metálicas para techos”. Además, y según el director, “con gran aceptación en la población cubana, estas empresas también se dedican a fabricar productos de higiene, menajes de cocina, muebles, puertas de plástico y de madera, además de tanques para el agua”. Un ejército, que además de fabricar armas, se dedica a la producción de bienes intermedios y de consumo doméstico.

¿A quién le cabe esta idea en la cabeza a estas alturas del siglo XXI? La producción militar en todo el mundo, el peso de los ejércitos, está siendo ampliamente cuestionado. Los ejércitos atraviesan etapas de ajuste en sus dimensiones y de reorientación hacia la paz y la cooperación. En Cuba, no ocurre nada de esto. Todo lo contrario. Actividades que deben se ejecutadas por empresas civiles, privadas o mixtas, alejadas de la esfera de control de un ejército, en Cuba se encargan al ejército y permiten a las fuerzas armadas conservar una cuota inalterada de la economía cubana.

Para mayor pesar de Díaz-Canel, la realidad es que esas empresas militares son las que mejor funcionan del aparato estatal (tras el perfeccionamiento empresarial de Murillo a finales de los años 80) y plantearse cualquier acción sobre las mismas, puede suponer entrar en terreno pantanoso. Lo cierto es que se pretende estimular el potencial de la Unión de Industria Militar, otra cosa es que se logre. Incluso alguien señaló "que en algunas ocasiones, por la falta de conocimiento se importan productos que se hacen con igual o mayor calidad en el país en estas empresas”. Todavía el otro día alguien hablaba de los necesarios encadenamientos en la economía cubana. Aquí tienen un buen ejemplo.
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