Report agosto 2017 – PARTE OTTAVA

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Report agosto 2017 – PARTE OTTAVA

Messaggioda Claudio » 08/10/2017, 21:04

I BUONI, IL BRUTTO, IL CATTIVO – 2° Parte


Il BRUTTO (il gangster) e il CATTIVO (ma non tanto - ancora lui, il gangster) - 1.


Ve lo dico subito. Preparatevi perché quello che sto per raccontarvi ha dell’incredibile.

Anch’io, se me lo raccontasse qualcuno di voi o se lo leggessi su questo forum, farei fatica a crederci.
Pertanto, se qualcuno di voi è altrettanto scettico, non c’è bisogno che me lo faccia sapere, perché fin da ora lo capisco ed ha tutta la mia comprensione.

Ci facciamo portare in banca da un taxi. Prelevati i soldi, nell’atrio dove sostano le guardie, glieli porgo. Con mia sorpresa, allunga la mano e li respinge. Non li voglio neanche toccare quei soldi, mi dice. E come fai a darglieli a chi di dovere, chiedo sorpreso. Portiamoglieli insieme, risponde, con un’aria implorante. Resto per un attimo senza parole. Poi ah no, sbotto. Io con questo personaggio non voglio avere niente a che fare. Chissà come reagirà vedendo anche me, uno straniero. E se fosse tenuto d’occhio dalla polizia?, mi dico. Cosa penserebbe la polizia di me, uno straniero che intrattiene rapporti con un criminale. Faglieli portare da tuo fratello che ha combinato il guaio. No, mio fratello non può, chissà cosa gli farebbero. Eppoi, aggiunge, così vedrai che non ti ho raccontato fandonie. Ma io ti credo, ho protestato. Se non ti credessi non ti darei tutti questi soldi. E ancora una volta la vedo con gli occhi pieni di lacrime.

Uffa! Guarda dove mi sono cacciato. Dagli appuntamento da qualche parte e dagli ‘sti soldi, le propongo come ultima risorsa. Io ti accompagnerò, ma in un luogo pubblico. Ha detto che glieli dobbiamo portare, piagnucola, guardandomi implorante. Se non ci fossi io, come pensavi di portarglieli?, osservo. Non lo so, risponde. Questo scambio dura a lungo, ma alla fine ne esco sconfitto. Mi convince ad accompagnarla. Io non sopporto la vista di una persona che piange: sono preso dall’empatia per lei e mi sciolgo.

Telefona al fratello e si fa dire dove deve portare i soldi. Non nascondo di avere qualche timore. Come precauzione, chiamo M e le dico che stiamo per portare i soldi all’innominato. Le chiedo di venire a fare la guardia. Anche M resta interdetta e sorpresa dalla mia richiesta, ma acconsente. Lascia il lavoro e ci raggiunge. Le chiedo di starsene nascosta e di non farsi vedere. Se entro un quarto d’ora da quando prendiamo contatto con detto innominato non avessimo fatto ritorno, avrebbe dovuto chiamare la polizia.
Ho indubbiamente qualche timore, ma mi viene anche da ridere. Mi sembra di essere dentro un film. Mi accorgo che D ha molta più paura di me. E allora, esaltato dall’adrenalina, mi metto a fare l’eroe e le dico di restarsene insieme ad M, ché sarei andato da solo: io non sono implicato nella faccenda e non mi farà niente. Concordiamo anche una parola che, se pronunciata nel corso di un’eventuale telefonata, avrebbe dovuto fare scattare i soccorsi. Sempre più come in un film di serie B.
A pensarci ora mi viene molto da ridere, ma allora un po’ di timore lo avevo. Sono sicuro che quando lo racconterò ai miei amici della Cellula Habanera di Roma Nord, si faranno delle grasse risate pure loro. Non smetteranno più di prendermi in giro, oltre a rimproverarmi per il rischio corso.

Finalmente mi avvio. Ma vengo subito riagguantato per un braccio da D che, in un rigurgito di rimorso, mi dice che non può permetterlo, che il guaio l’ha combinato il fratello e che tocca ad uno della famiglia concluderlo. Sempre più come in una brutta sceneggiatura di un brutto film, continuo a fare l’eroe. Le dico che l’innominato non avrà motivo di fare del male a me, mentre a lei … Tutto il contrario di quanto le avevo detto poco prima. E per chiudere la discussione la minaccio: o facciamo come dico io, o non se ne fa niente. E mi avvio di nuovo. Forse per mascherare un po’ il timore e per immedesimarmi sempre più nel protagonista dell’ipotetico film, mi viene di fare lo spiritoso e rivolto alle due ragazze grido a bassa voce: copritemi, come sempre avviene nei film quando l’eroe di turno esce allo scoperto.

Davanti al portone, molto ampio e molto malandato, mi fermo un attimo per raccogliere le idee, e per farmi coraggio. Decido di mantenere un comportamento formale, rispettoso, ma non timoroso.
In casi del genere, se ti mostri impaurito la controparte si sente in una posizione di vantaggio e ne può approfittare, anche solo per soddisfare il proprio ego.
Suono il campanello. Ormai del tutto immedesimato nel ruolo di un personaggio di un film di gangster, mi attendo di essere accolto da un energumeno con lo sguardo truce e con la pistola in pugno. Invece, che delusione! Compare un ometto più che anziano, magro, allampanato, con le spalle curve, vestito in modo quanto mai approssimativo. Io invece sono ben vestito e, con fare molto gentile, mi presento: mi chiamo Claudio, señor, e devo parlare con il señor X.
Dovevo essere io ad essere intimidito ed invece è il povero diavolo che mi ha aperto che appare intimidito dal mio aspetto distinto, dal mio modo di fare ostentatamente gentile e dal fatto che l’ho chiamato señor. Forse gli succedeva per la prima volta in vita sua. Si fa da parte e quasi con un inchino mi invita ad entrare. Richiude il portone e mi dice di aspettare, indietreggiando senza voltarsi, continuando a guardarmi e probabilmente chiedendosi chi mai potesse essere quel visitatore così insolito.

Mi ritrovo in un grande cortile quadrato, su tre lati del quale si aprono tre grandi magazzini. Il signore che mi ha aperto scompare dentro uno di questi magazzini e dopo un paio di minuti, annunciato dal suo gran panzone, ne emerge appunto un panzone, di statura medio-bassa, anche lui vestito in modo molto approssimativo, con dei pantaloni molto malandati e impolverati, troppo corti e troppo stretti da cui straborda la pancia, e con una camicia dei tempi della revolucion mezza dentro e mezza fuori dai pantaloni. Forse questa è la sua tenuta da lavoro. Il viso, a contrasto, è ben rasato e curato, di uno che se la passa bene.
Chissà cosa gli avrà raccontato l’ometto che mi ha accolto al portone, perché ha un’espressione incuriosita e anche un po’ preoccupata. Mi viene incontro e mi porge la mano, con un punto interrogativo stampato sulla faccia: chi mai sarà questo? Cosa vorrà? Non ho molta voglia di stringerla la mano, ma è meglio non contrariarlo.
Gli ripeto la mia presentazione alla quale risponde studiandomi con un: ah, ed io mi chiamo X. Sono venuto ad estinguere le pendenze che la famiglia di A (il fratello di D) ha con lei, gli ripeto scegliendo le parole. Sei un suo amico?, mi chiede. No, sono il novio della sorella. Sono venuto ieri a trovarla dall’Italia ed l’ho trovata molto triste ed impaurita. Cerco di fare il cordiale e di non apparire intimorito: non è divertente stare con una novia in quelle condizioni, ammicco. Così ho deciso di aiutarla. Dovrò stare il resto della vacanza a pane ed acqua, cerco di impietosirlo, per evitare eventuali ulteriori pretese. Fa cenno di sì con la testa, ridacchiando comprensivo. Avevo un amico italiano, continua. Ah sì? Penso ma non dico: e chi era? Riina? Non l’hai più perché ora è al fresco?

Devi volere molto bene alla tua novia per dare via tutti questi soldi, si impiccia. Ne vale la pena, rispondo ammiccando ancora. Se è felice lei, fa felice pure me, aggiungo, cercando di solleticare la sua solidarietà maschile. Mi hanno detto che è molto bella (forse ho fatto bene a non farla venire), ne sei innamorato?, continua ad impicciarsi. Non rispondo e lui cerca di indovinare la risposta dall’espressione del mio viso, che però resta impassibile.
Devi essere ricco, cambia discorso. Vivo del mio lavoro e comunque sono mooolto meno ricco di lei, lo alliscio, indicando con un gesto i tre magazzini strapieni di materiali. Nel primo, un po’ defilato, si intravvedono molti elettrodomestici bianchi e scatole presumibilmente con apparati elettronici. Il secondo, di fronte e più visibile, è pieno di materiali edili accatastati, con sanitari, rubinetteria ed altro su scaffali lungo le pareti. Nel terzo vi sono grandi quantità di ricambi per auto e moto, nuovi ed usati. Su scaffali alle pareti vi sono pneumatici di ogni genere, specie, mi è parso, per motorini. Oltre il magazzino frontale, da un largo varco nel muro di fondo si intravvede un piazzale con mucchi di materiali da costruzione. Due operai sono occupati ad accatastare in buon ordine dei mucchi di materiali.
Non mi lamento, ammette ridacchiando e, mettendomi una mano sul gomito, affabile, mi spinge verso il primo magazzino. Vieni a vedere, mi dice, e, orgoglioso, mi fa visitare tutto quanto. Non mi azzardo a chiedere come faccia a procurarsi tutto quel materiale e se sia legale, visto che mi pare che è tutto tenuto un po’ nascosto. Forse intuisce la mia curiosità e mi dice che non è facile a Cuba procurarsi tutta quella mercanzia. Ma se ci riesci, aggiunge compiaciuto, e lui evidentemente ci riesce, puoi fare buoni affari, ridacchia. Immagino che debba avere ottimi protettori o soci altolocati.
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